L’inchiesta giudiziaria in cui è rimasto coinvolto Vittorio Emanuele di Savoia ha indirettamente ridato slancio ad una vicenda storica, che per alcuni aspetti si è consumata anche nel manicomio di Aversa. Da tempo in Basilicata, proprio dove il Savoia è stato indagato, si sta conducendo una battaglia per dare degna sepoltura ai resti di Giovanni Passannante, il cuoco che il 17 novembre del 1878 attentò a Napoli alla vita del re Umberto I, il bisnonno di Vittorio Emanuele.
L’iniziativa è sostenuta maggiormente dal regista-attore lucano Ulderico Pesce attraverso il Centro mediterraneo delle arti da lui diretto, che con un petizione dal titolo «Seppelliamo Passannante» chiede che vengano riportati in Basilicata il cervello ed il cranio dellattentatore oggi esposti al Museo criminologico di Roma. Passannante, originario di Salvia di Lucania, ferì lievemente Umberto I lanciandosi sulla sua carrozza con un temperino che si procurò offrendo in cambio della sua giacca. Prima fu condannato a morte, poi fu incarcerato allIsola dElba, infine passò la sua vita in un manicomio criminale dove morì nel 1910. Lira delle autorità piemontesi si scatenò anche contro la sua famiglia: sua madre e i fratelli furono internati nel manicomio di Aversa, dove morirono dopo alcuni anni. Salvia di Lucania, per riparare l’oltraggio, cambiò il suo nome in Savoia di Lucania. Alla sua morte il cadavere fu decapitato, il cranio ed il cervello da allora sono esposti nel Museo criminologico. La petizione avviata da Ulderico Pesce è indirizzata al Ministero di grazia e giustizia, alla Regione, al Comune di Savoia di Lucania ed all’Arcivescovo di Potenza. Il regista ha dedicato a questa vicenda anche uno spettacolo teatrale, «L’innaffiatore del cervello di Passannante», in cui racconta che lo Stato retribuisce un addetto per versare la formalina nel recipiente che contiene il cervello dell’anarchico.