Riprendiamo da La Gazzetta del Mezzogiorno di domenica 25 giugno, un articolo in cui viene descritta la storia di Giovanni Passante, l’uomo che tento di assassinare Umberto I di Savoia, i cui parenti per vendetta furono rinchiusi nel manicomio di Aversa.

Giovanni Pascoli per «L’ode a Passannante» si prese una condanna al carcere. Ma l’opinione pubblica europea era infervorata sui temi della rivolta sociale, sull’anarchismo e sulle idee mazziniane della Repubblica e della fine delle monarchie. Se Felice Orsini era stato nel 1858 l’esecutore di un attentato ai danni di Napoleone III, rimettendoci poi il collo, un altro attentato si consumava a Napoli, questa volta ai danni dei Savoia a fine secolo. Il 17 novembre 1878, alle due e un quarto del pomeriggio, la carrozza dei sovrani in visita alla vecchia capitale, con re Umberto I affiancato dalla regina Margherita, alla quale i napoletani dedicheranno la pizza tricolore, e insieme al ministro Cairoli vennero assaliti da un uomo, un anarchico. Racconta Felice Venosta ne «I Savoia d’Italia»: «un arnese, sottile di persona, brutto di volto, feroce negli occhi, avente la mano avvolta in un panno rosso, si slanciò dalla folla allo sportello della carrozza; saltò sul gradino "montatorio" e cercò con un coltello di colpire il re». Umberto viene sfiorato a un braccio, si difende, l’attentato fallisce. L’attentatore si chiamava Giovanni Passannante, era un cuoco di 29 anni originario di Salvia in provincia di Potenza. La polizia reale gli è subito addosso, lo disarma, lo destina al carcere. Qualche giorno più tardi il re riceve a corte i sindaci d’Italia e tra questi c’è anche Giovanni Parrella, sindaco di Salvia che viene a espiare e a chiedere perdono. (…) I parenti del Passannante per vergogna o per paura stanno fuggendo da Salvia, in paese non è rimasto più alcuno con quel cognome. Il re lo rassicura, gli assassini non hanno patria, nascono dappertutto. Ma intanto madre e fratelli dell’anarchico vengono chiusi nel manicomio di Aversa per espiare l’aver generato un tale «mostro», come dirà poi Lombroso. Tornando a casa il sindaco Parrella è spaventato, convoca il consiglio comunale e si decide con delibera del febbraio 1879 che il paese cambierà nome, si chiamerà Savoia di Lucania in omaggio ai reali d’Italia. Ma di Passannante, nel cui gesto chissà se c’era la risposta di troppi contadini morti nella guerra legittimista, o la rivendicazione sociale di un nullatenente o forse un sogno repubblicano, che ne fu? La perizia medica disse che era capace di intendere e di volere, dunque andava condannato. Solo più tardi diede ascolto a Cesare Lombroso che lo disse rispondente nei caratteri somatici del cranio alla tipologia dell’uomo delinquente ma in conclusione un pazzo. Il 7 marzo del 1879 dunque l’anarchico lucano fu condannato a morte per regicidio mancato. La dedizione dei salviani di Lucania mosse forse il re alla clemenza e la pena fu commutata in carcere a vita e ai lavori forzati. La notte del 30 marzo Passannante venne imbarcato a Napoli e portato a Portoferraio. Era un bagno penale di massima sicurezza, lo stesso dove erano ospitati molti capi della rivolta brigantesca e tra questi c’era Carmine Crocco e più tardi vi fu ospitato il pugliese Nicola Morra. Un quadro di Telemaco Signorini raffigura i carcerati nel momento della visita di un esponente del Governo, ma non mostra le condizioni disgraziate in cui erano i carcerati. Fu il deputato Agostino Bertani nella sua visita al luogo di pena a descrivere le condizioni in cui versava Passannante. Era chiuso in una cella al di sotto del livello del mare, cereo, non vedeva mai la luce, trascinava una catena di 18 chili, le condizioni di ristrettezza lo avevano costretto a dare di matto al punto che era arrivato a mangiare i propri escrementi. Bertani presenta un’interrogazione al Parlamento, questa non è una pena, è una vendetta, dichiara. Si chiede una perizia psichiatrica e nel 1889 Passannante viene trasferito al manicomio di Montelupo, presso Pisa, dove muore il 14 febbraio 1910. Ma chi era quest’uomo e quale il suo passato? Nato il 19 febbraio 1849, ultimo di dieci figli, fa il guardiano di pecore e il bracciante prima di decidersi a partire. Sguattero a Potenza in un’osteria, diventa domestico in casa di un capitano dell’esercito originario di Salvia e residente a Salerno. Fu in quella casa che Passannante cominciò a leggere e a farsi un’idea delle lotte di classe e della politica. Segue le idee anarchiche di Felice Orsini e si iscrive alla Società Operaia, ne diventa un attivista di prim’ordine portandola da 80 a 200 soci, infine si trasferisce a Napoli dove porta a segno l’attentato al re. Ma la sua morte è l’inizio di un altro calvario per il suo corpo. Gli verrà infatti segata la testa ed espiantato il cervello, che verranno donati al museo criminologico «Altavista» di Roma. Qualche anno fa, Giuseppe Galzerano, editore di Casalvelino, pubblicando un sostanzioso saggio sull’anarchico lucano, ha riaperto un caso liquidato troppo frettolosamente e con troppo terrore dalla storiografia e dagli stessi abitanti di Savoia. Ci si chiese nella circostanza se fosse il caso di mantenere ancora quel nome oppure tornare all’antico Salvia, i salviani si dissero indifferenti, ormai si riconoscevano nel nome di Savoia e nel 1999 il deputato Gianni Pittella, che per caso si imbattè nelle spoglie di Passannante nel Museo romano, ne reclamò il rientro al suo paese, in quel luogo che per troppi anni si è vissuti forse di paura e forse di vergogna, prima che tutto venisse dimenticato e archiviato e dove solo da un decennio un murale dipinto da Luciano La Torre raffigura all’ingresso del paese il momento dell’attentato.

25/06/2006

Di red