Roberto Saviano in «Gomorra», romanzo che si è aggiudicato il Premio Viareggio Opera Prima, ha raccontato il suo viaggio dentro la Camorra e parlando della sua fatica editoriale in unintervista rilasciata a quotidiano LArena di Verona, ha descritto anche di ciò che ha riscontrato nei nostri luoghi. Scrive il quotidiano scaligero:
( ) Saviano svolge lavori occasionali come bracciante al porto di Napoli, la fessura dove la mafia cinese si salda con i clan; frequenta le fabbriche fantasma del tessile di Secondigliano; segue la faida di Scampia sintonizzando uno scanner da detective sulle frequenze della polizia e precipitandosi sui luoghi della mattanza; si insinua nei clan dei palazzinari di Casal di Principe; dialoga con i mediatori di morte che traghettano i rifiuti tossici del Nord verso il triangolo Villaricca-Giugliano-Qualiano tra Napoli e Caserta. La chiave artistica della tragica bellezza di Gomorra sta nella sua schizofrenica e frammentaria modernità, nella capacità trasformistica di essere al contempo documento e romanzo noir, inchiesta e invettiva, cronaca quotidiana e saggio di economia. La sua dirompente freschezza sta nel rappresentare ritratti e vicende reali che si stampano nella memoria come icone paradigmatiche di un intero mondo. Come Pasquale, l’operaio tessile di Secondigliano che un giorno guardando la sfilata degli Oscar in tv scopre che l’abito appena cucito con le sue mani per pochi euro era destinato ad Angelina Jolie e per l’avvilimento cambia mestiere. Come Mariano, il giovane camorrista laureato stregato dal Kalashnikov e spedito in viaggio premio in Russia a conoscere il suo inventore. Come Cosimo Di Lauro, il boss che si atteggia all’eroe del film The Crow e la cui foto campeggia sui telefonini dei giovani di Scampia quasi fosse una rock star. O come don Peppino Diana, il prete-coraggio che la camorra sotterra prima col piombo delle pallottole, poi con quello dei giornali dai quali viene dipinto come colluso e donnaiolo( ).
Ecco alcune domande che ci riguardano direttamente rivoltegli dal quotidiano veneto: Il rapporto tra gli affiliati di camorra e quelli di mafia è di 5 a 1.
Allora perché nell’immaginario popolare i camorristi sono considerati i parenti straccioni?
Perché la camorra ha scelto il profilo basso. Eppure, l’Osservatorio sulla camorra ha censito una struttura criminale fatta di 50 mila uomini, mentre quella militare sarebbe di 6500. La mafia in Sicilia si pone come un antistato che colonizza la politica. La camorra invece punta sull’integrazione. Quando Totò Riina chiede negli anni Novanta al clan camorrista dei Nuvoletta di partecipare alla stagione intimidatoria delle bombe, il capoclan risponde: no, è un favore fatto ai politici. In questo rifiuto c’è tutta la differenza. Ma anche l’enorme potere di chi si permette di dire di no al capo della cupola. Questa distinzione non è in contraddizione con il fatto che negli ultimi anni ben 71 comuni campani siano stati sciolti per infiltrazione mafiosa. Tra questi Melito, dove il sindaco della Margherita ( ) è coinvolto in un omicidio di camorra. Se fosse successo a Palermo se ne sarebbe parlato per mesi.
Tredici anni di governo locale della sinistra non hanno fiaccato la camorra. Come lo spiega?
La parola d’ordine di Bassolino, appena insediato, è stata: niente affari con la camorra. Ma il clima iniziale si è presto dissolto e ora la realtà è molto diversa. Il clan Zagaria ha costruito il raccordo tra Giugliano e Teverola, la base Nato di Licola, ha negoziato appalti in Emilia Romagna e Lombardia. Intendiamoci: non è in gioco l’onestà del governatore. Ma la sua integrità personale ha finito per coprire il fenomeno. La politica nazionale ha brandito il suo nome come una patente di probità e si è chiamata fuori. E sulla camorra è planato il silenzio della collusione.