Il primo settentrionale condannato
(in primo grado)
per fatti di Camorra è un imprenditore parmense!
Secondo il Prefetto Paolo Scarpis a Parma la Camorra non esiste, il rappresentante del governo nella cittadina ducale, ha sostenuto questa tesi rispondendo ad una domanda della giornalista Ilaria Ferrari, del quotidiano “Informazione” di Parma, che gli ha chiesto un commento dopo che lo scrittore Roberto Saviano ne ha parlato in tv commentando gli articoli dei cronisti da decenni giudiziaria che si occupano dell’argomento. Relativamente a Parma ci sono stati arresti, condanne, sequestri, patteggiamenti, ci sono giudizi in corso è secondo Scarpis la Camorra non ha legami con Parma, ma prima di ricordare quello che forse sfugge al rappresentante del governo partiamo dalla sua stessa dichiarazione, ha detto: «Sono “sparate”di una persona che sta a 800 chilometri di distanza, che ha visto Parma di passaggio. Durante una riunione del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica avevo chiesto al procuratore della Repubblica un resoconto di eventuali posizioni aperte nel parmense sentendo anche la Dda di Bologna e la Dia di Firenze:la risposta è stata “non ci sono indagini di questo tipo”.Il tentativo di allarmismo è quindi del tutto fuori luogo e se qualcuno è così convinto di saperne più dei professionisti del settore, che si faccia avanti facendo nomi e cognomi».
Innanzitutto andava chiesto anche alla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, perché è da li che partono le indagini relative alla Camorra.
Stando agli atti dell’inchiesta del Pm della Direzione Distrettuale Antimafia Raffaele Cantone (oggi al massimario della Corte di Cassazione), il Clan dei Casalesi aveva “trovato a Parma le sue teste di ponte”, lo ha ripetuto lo stesso magistrato qualche giorno fa proprio rispondendo ad una nostra domanda a margine di una conferenza che ha tenuto nella città emiliana. Cantone nel giugno del 2006 ha ottenuto il sequestro nel parmense di beni per complessivi 40milioni di euro. Interessi imprenditoriali eccezionalmente rilevanti sono emersi in particolare nel settore immobiliare. Secondo le accuse il fratello di Michele Zagaria, attuale capo del Clan dei Casalesi, Pasquale Zagaria detto “Bin Laden”, condannato in primo grado ad 8 anni e 10 mesi noto anche per aver incontrato anche l’attuale assessore parmigiano Giovanni Paolo Bernini (ascoltato come testimone dalla Dda, era ignaro di tutto in quanto credeva di parlare con un imprenditore), quando questi era stretto collaboratore del Ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi, lo stesso che una volta disse che purtroppo con la Mafia bisogna convivere, avrebbe creato una sorta di ponte nella zona di Parma per acquisire immobili di prestigio nell’intera area dell’Italia settentrionale, immobili che venivano ristrutturati e poi rivenduti. Punto di riferimento per questa specifica attività di reinvestimento e risultato un noto imprenditore parmense Aldo Bazzini (condannato in primo grado a 3 anni e 4 mesi). Secondo le accuse: “Bazzini, coadiuvato dal figlio Andrea (che ha patteggiato 2 anni ndr), aveva creato una società di fatto con lo Pasquale e con gli altri citati esponenti per il reinvestimento degli enormi profitti illeciti dell’organizzazione ed aveva messo, a disposizione i rapporti che il predetto aveva con il sistema.”. Indagando in merito ai rapporti Clan dei Casalesi – Parma furono sequestrate numerose società aventi un patrimonio immobiliare dito tra Emilia Romagna, Lombardia e Toscana, stimato in oltre 40milione di euro.
Nella stessa inchiesta Alfredo S. ex assessore del Comune di Parma è stato prosciolto da qualsiasi accusa , durante le indagini sugli affari della colonna parmigiana del Clan dei Casalesi il Pm Raffaele Cantone è stato anche minacciato di morte, ha fatto luce sul ruolo dell’economia emiliana nelle attività dell’organizzazione malavitosa più potente d’Europa. I capitali del gruppo criminale vengono conferiti a molti colletti bianchi di fiducia che li rimettono in circolo nell’economia parmense e non solo, che trova linfa vitale ricevendo anche i soldi che la Camorra estorce alla gente del Sud, in particolare a quella del nostro territorio. Abbiamo letto intercettazioni telefoniche che provano che dalla zona aversana sarebbero partite macchine zeppe di contanti, cifre astronomiche, la cui quantità era quasi impossibile da celare negli abitacoli delle auto, che confluivano direttamente in qualche sede bancaria dell’Emilia. A Parma forse lavano più bianco. Oltre ai due Bazzini la sentenza di primo grado riguarda anche la figliastra di Aldo Bazzini, Francesca Linetti (un anno con la pena sospesa), la donna ha una parentela con gli Zagaria.
Le altre condanne (tutte di primo grado) relative alla stessa inchiesta sono: 7 anni e 4 mesi a Michele Barone; 7 anni a Massimiliano Caterino; 2 anni e 4 mesi a Salvatore Della Corte; 3 anni 6 mesi ad Aniello Diana; 3 anni a Giuseppe Di Matteo; 7 anni e 11 mesi a Michele Fontana; 5 anni e 4 mesi a Pasquale Fontana; 1 anno e 4 mesi mesi a Vincenzo Fontana; 2 anni e 4 mesi a Giuseppe Fusco; 3 anni e 6 mesi a Biagio Ianuario; 4 anni a Salvatore Nobis; 2 anni e 2 mesi ad Attilio Pellegrino; 4 anni e 10 mesi ad Antonio Santamaria. Vittorio. Il giudice ha anche disposto la confisca della Nuova Italcostruzioni srl e della Ducato Immobiliare srl, società con sede a Parma. A Bazzini è stata restituita la Maisonnette srl e il contenuto di una cassetta di sicurezza.
Un’altra storia è quella che riguarda il Clan dei Casalesi e la Parmalat, imposta a suon di bombe
La Corte d’Assise di Santa Maria Capua Vetere ha emesso condanne per complessivi 47 anni di carcere con sei condanne e sette assoluzioni. Per anni il Clan dei Casalesi ha imposto a suon di bombe ai rivenditori campani i marchi controllati dal gruppo che fu di Calisto Tanzi, quegli stessi marchi che l’organizzazione camorristica più sanguinaria d’Europa imponeva anche quando essi erano di proprietà del gruppo Cirio di Cragnotti.
Secondo quanto emerso dalle indagini della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, le concessionarie Parmalat (che le controllava attraverso la Eurolat e poi anche la Newlat) erano in mano ad esponenti del sodalizio criminale che all’epoca era capeggiato da Francesco Schiavone (Sandokan), che per questo è stato condannato a 10 anni. I concorrenti venivano messi fuori gioco a suon di bombe, così i Casalesi imponevano i prodotti parmensi. Secondo gli atti dell’inchiesta, la Parmalat versava al Clan anche un “obolo” di 400 milioni delle vecchie lire annue, nel contempo l’organizzazione aveva fatto assumere all’azienda di Collecchio il monopolio totale del mercato (quasi il 95%), ed inoltre praticava un prezzo di vendita decisamente più alto che nel resto d’Europa. La Parmalat incassava, i camorristi pure, chi ci perdeva era la gente del Sud costretta pagare inconsapevolmente un sovrapprezzo sul latte che finiva a Casal di Principe ed a Collecchio. Una circostanza che dovrebbe essere ben chiara a certi parmigiani, che con la classica puzzetta sotto al naso si atteggiano a fare gli snob. Va anche detto Calisto Tanzi, ascoltato nel processo ha detto di non sapere chi fossero quei concessionari. Le condanne riguardano Michele Zagaria (15 anni), Filippo Capaldo e Carmine Mattuozzo (13 anni), Francesco Schiavone “Sandokan” (10 anni), Vincenzo Cantiello (7 anni) e Cesare Tavoletta (2 anni). Gli assolti sono: Raffaele Capaldo, Gennaro Iodice, Bruno Moccia, Rodolfo Fontana, Otello Capaldo, Giovanni Massaro e Domenico Frascogna.
I soldi intrisi del sangue della nostra gente portati via dal Clan dei Caslaesi non rimangono nel nostro territorio, ma almeno nel recente passato sono arrivati, a fiumi, anche a Parma. Della serie la Camorra a Parma non c’è…
Salvatore Pizzo
Salvatore Pizzo