Dovrebbe far riflettere come l’attentato con una bottiglia incendiaria contro la casa di un giornalista (del quotidiano “Roma”) impegnato in inchieste di camorra sia passato pressoché sotto silenzio. A stento qualche riga a piede pagina sui giornali, normalmente impegnati a forgiare titoloni per ogni parola esalata dal divo anticamorra di turno. Ci sono colleghi e pseudocolleghi che hanno la scorta per molto meno o, meglio sarebbe dire, per quasi nulla.
Ci sono colleghi o pseudo colleghi che passano per eroi dell’antimafia ma i criminali li hanno visti solo in tv e il massimo delle minacce che hanno avuto sono state un paio di telefonate anonime oppure soltanto un insulto per strada. Qui a Napoli siamo alle bottiglie incendiarie contro le case dei cronisti, ma nessuno dice niente. Né la tv, né la prefettura, né il consueto coro dei professionisti dell’anticamorra. E dove sta tutto quel pubblico plaudente di folla semi-anonima che sui vari social network è sempre pronto ad elogiare il divo, strapparsi i capelli per le sue esternazioni, gridare allo scandalo per ogni opinione meno che consenziente, riempirsi la bocca di proclami contro il crimine organizzato e i giornali della Campania accusati di acquiescenza, quando non di favoreggiamento ai clan? Non sarà che tutto questo silenzio derivi dal fatto che i cronisti veri, quelli che uscendo di casa devono guardarsi le spalle, non rientrano nello show-business che macina consensi e fa vendere prodotti (libri, copertine, convegni, festival e compagnia cantando)? (dal redattore capo Roberto Paolo)
(diffusa attraverso Facebook da Marilena Natale)