«L’attuale situazione dell’aria della nostra città ci porta a ritenere che sia giunto il momento di utilizzare anche nuovi metodi di monitoraggio e noi siamo pronti a metterci al servizio di Parma e dei suoi cittadini ». L’appello lo ha lanciato Marco Pellecchia, biologo di Koiné Ambiente, ai cittadini e alle istituzioni di Parma durante il dibattito del convegno “PM10 e altre polveri sottili – Le api come bioindicatori dell’inquinamento ambientale”,
che si è svolto sabato 7 Dicembre presso la Sala Venezia dell’Hotel San Marco a Ponte Taro (Parma). Organizzato da Koiné Ambiente – società di Parma altamente specializzata nei campi della consulenza ambientale e alimentare – in collaborazione con Nanodiagnostics, start-up europea di consulenze scientifiche nei settori della medicina, dell’industria e dell’ecologia con sede a Modena, l’incontro ha trattato dell’inquinamento atmosferico da particolato e di innovative tecniche di monitoraggio dell’aria. « Siamo pronti ad affiancare le nostre tecniche, uniche in Europa, ai metodi tradizionali basati su analisi chimico-fisiche – ha proseguito Pellecchia – per riuscire ad offrire all’intera città le risposte “biologiche” che solo i sistemi viventi come le api possono fornire ». Dopo una breve premessa del giornalista e communication manager Andrea Gavazzoli, che ha ricordato come Parma stia vivendo un momento buio sotto il profilo della qualità dell’aria – continui sforamenti dei valori di inquinamento, blocchi del traffico insufficienti a fronteggiare le attuali problematiche e, in ultimo, la recente accensione dell’inceneritore di Ugozzolo da parte di Iren – il convegno è entrato subito nel vivo. Ad aprire i lavori un relatore d’eccezione: Stefano Montanari, fondatore di Nanodiagnostics, con un intervento dal titolo “Che cosa sono le nanopolveri”, nel quale ha mostrato dei campioni osservati tramite microscopia elettronica, spiegandone dettagliatamente le caratteristiche: come si classificano le polveri aerodisperse (differenze tra polveri primarie e polveri secondarie) e – soprattutto – che cosa ne determina la formazione. In merito alle emissioni delle polveri, Montanari ha causticamente affermato: «Non esiste nessun limite che l’organismo possa tollerare ». Tutte le combustioni, com’è infatti ben noto, generano un’emissione di polveri sottili; da ogni combustione fuoriescono delle polveri chiamate “primarie”, dei gas (ossidi di azoto, di zolfo, ammoniaca) e dei composti organici che penetrano nell’atmosfera e trovano vapore acqueo e radicali liberi. Nell’atmosfera i gas si condensano, formando anche quelle polveri definite “secondarie”: « Secondo il CNR di Bologna – ha sottolineato il fondatore di Nanodiagnostics – queste polveri secondarie sono il triplo come quantità rispetto a quelle primarie. E sono “appiccicose”, vi si attaccano ad esempio le diossine che trovano un veicolo per allontanarsi anche di molti chilometri dal punto di emissione. E di tutto questo non se ne tiene quasi mai conto ». Sugli inceneritori, una frase laconica: «Sono una follia. Ci raccontano che i filtri ci possano difendere e proteggere, ma non è così; le particelle primarie, infatti, nel loro percorso verso l’esterno, sfuggono al filtro se sono inferiori ai 2,5 micron. Senza contare le molecole, che passano tranquillamente per poi ricondensarsi ». A conti fatti, dunque, un filtro non blocca che un 5% delle particelle. E poi rischia l’intasamento, quindi va “scosso”; nel processo di “scuotimento”, esso perde tutte le particelle che ha catturato, che vanno a disperdersi nuovamente all’interno del crogiolo dell’inceneritore. Spazio poi ad Antonietta Gatti, membro dell’International Fellow USBE, del CNR e ricercatrice di Nanodiagnostics e da anni impegnata in importanti studi sui biomateriali e sulle polveri sottili, che ha illustrato ai presenti “Che cosa fanno le micro- e le nanopolveri”: come si comportano nell’ambiente, il percorso che compiono all’interno del nostro organismo una volta inalate o ingerite con gli alimenti, per concludere con gli effetti che hanno sul sangue (formazione di trombi, trombo-embolia polmonare, infarti, ictus) sugli organi interni e sui feti. La ricercatrice ha raccontato l’origine del termine “Nanopathology”, da lei coniato per catalogare tutte quelle malattie “misteriose” causate dalle polveri che, tramite la circolazione sanguigna, raggiungono poi i nostri organi interni, facendoli ammalare. Fegato, pancreas, polmoni sono tutti organi a rischio di cancro causato dalle polveri ultrafini che (sommate a tutto il resto dell’inquinamento cui siamo soggetti) penetrano le nostre barriere fisiologiche, perché piccolissime (si parla di 0,1 micron di grandezza),. Essendo in grado di analizzare anche la chimica di queste particelle, Gatti ha affermato: « Ho trovato particelle di antimonio, cobalto, piombo, mercurio selenio, acciaio… e le ho trovate addirittura nei farmaci che a volte un paziente può assumere per curare un banale dolore a un ginocchio, ad esempio». Emblematici alcuni casi di comuni alimenti inquinati da nanopolveri. Polveri sottili sono presenti addirittura all’interno dell’apparato digerente delle api, osservazione che porta Gatti a confermare ancora una volta che gli insetti accumulino gli inquinanti prodotti dalla specie umana: « Come diceva Einstein “Se tutte le api dovessero morire, all’uomo non resteranno che quattro anni di vita”. Le polveri ultrasottili hanno la chiave per interagire col nostro Dna: non ci si può permettere di sottovalutare questa grave problematica, come fanno colpevolmente molti dei nostri politici ». Successivamente è stata la volta di Marco Pellecchia, biologo di Koiné Ambiente e promotore del convegno, che ha presentato l’intervento “Monitoraggio innovativo degli inquinanti atmoferici – Il contributo delle api”: l’impiego delle api come “sentinelle” dell’inquinamento ambientale, l’insetto tout court come campionatore di polveri sottili, le matrici apistiche (cera, miele, polline) come bioaccumulatori di inquinanti. Pellecchia ha raccontato come è organizzata la società delle api e ha focalizzato l’attenzione sulla durata della vita adulta delle api operaie: sei settimane, di cui tre passate all’interno dell’arnia e tre trascorse all’esterno, come api bottinatrici. Proprio in queste ultime tre settimane, nelle quali gli insetti si muovono alla ricerca di acqua, nettare e pollini, si concentra l’analisi di Koiné Ambiente per il monitoraggio degli agenti inquinanti. Una singola ape può visitare infatti anche 1000 fiori al giorno; inoltre, qualsiasi perturbazione dell’ambiente agisce direttamente sulle colonie (che possono rispondere con un aumentato tasso di mortalità): ecco il significato di bioindicatori. In caso di perturbazioni sub-letali, si parla invece di api come bioaccumulatori di inquinanti, i quali si possono ritrovare nei corpi delle api e nei loro prodotti (metalli pesanti nel miele, composti organici nella cera, polveri sottili sulle bottinatrici). All’interno del canale alimentare delle api (intestino) e dei tubuli malpighiani (che hanno la funzione di sistema escretore) Koiné Ambiente è stata in grado di trovare – con il fondamentale aiuto di Nanodiagnostics – tracce di particolato di origine antropica. Le api analizzate provenivano da una zona pedecollinare del Parmense, lontana da sorgenti inquinanti; eppure esse presentavano sull’esoscheletro delle micro- e nano-polveri costituite da ferro, cromo, nichel, manganese, titanio: un mix di elementi che nulla hanno a che fare con l’ambiente ove erano collocate le arnie. Anche sulle setole delle loro ali erano presenti tracce di polveri contenenti ferro, cromo e nichel (dunque, essenzialmente particelle di acciaio). E addirittura sui tarsi delle zampe sono state ritrovate particelle sferiche di ferro, manganese e cromo, di sicura origine antropica. L’analisi dei tessuti del canale alimentare, sezionato longitudinalmente e trasversalmente, osservato al microscopio elettronico a scansione, ha inoltre evidenziato la presenza di polveri all’interno del lume intestinale: «Particelle tondeggianti, molto piccole, che si aggregano fra loro sotto forma di piccoli grappoli – ha osservato Pellecchia – e la cui composizione era costituita prevalentemente da antimonio: dunque, particelle di natura antropica presenti in zone considerate a basso inquinamento ». A concludere gli interventi in programma Christian Mavris, geologo ricercatore presso l’Istituto di Biogeochimica e Dinamiche degli Inquinanti dell’ETH (Zurigo, Svizzera) che ha presentato alcuni casi studio eclatanti registrati in contesti ed ambienti assai diversi tra loro, trattando nello specifico i casi di inalazione di polveri verificatisi al crollo delle Twin Towers a New York, nel tragico 11 Settembre 2001; e quelli delle popolazioni che vivono nei pressi delle miniere metallifere dello Zambia, con appunto il titolo “Dalle Torri Gemelle allo Zambia: polveri sottili – Casi studio eclatanti”. Dopo una breve introduzione sulla natura dei vari ambienti in cui possono formarsi le polveri aerodisperse (Geogenico, Geoantropogenico, Antropogenico), Mavris è tornato al momento successivo lo schianto degli aerei sulle Twin Towers: migliaia di tonnellate di materiale di costruzione e di arredi si sono polverizzate in pochi attimi. Dopo il crollo della seconda torre, la nube che ne è derivata si è distribuita su tutta la parte centromeridionale dell’isola di Manhattan. Il geologo dell’ETH ha mostrato un paragone con la situazione di Shangai, in cui l’aria è particolarmente inquinata, ma respirabile; a New York, invece, persino in appartamenti distanti centinaia di metri dal luogo dell’impatto e chiusi da settimane, sono state ritrovate quantità enormi di polveri che erano riuscite a penetrarvi. Due giorni dopo, la pioggia ha diluito la nube pulendo l’aria… ma dove sono finite le polveri? L’USGS, istituto geologico americano, ritiene siano penetrata nel suolo, divenendone parte, entrando così nella catena alimentare. L’effetto-altoforno che si è avuto sotto i cumuli di macerie delle Twin Towers ha bruciato materiali di ogni tipologia e natura, compreso l’amianto: le torri, infatti, sebbene bonificate pochi anni prima del crollo, furono costruite negli anni 70; a quel tempo si riteneva che l’amianto fosse il miglior materiale ignifugo. Sono state ritrovate persino particelle di uranio… Altro caso è rappresentato dalle miniere africane in Zambia e Nigeria: una volta chiuse quelle miniere, le popolazioni locali effettuavano numerosi scavi illegali per poter rivendere piombo e zinco sul mercato nero. Vennero diagnosticati moltissimi casi di difetti di crescita e sviluppo, così la Banca Mondale finanziò delle ricerche: gli studiosi scoprirono che le rudimentali macine utilizzate per polverizzare i minerali estratti i venivano solo sciacquate e (alla sera) usate per macinare il grano con cui veniva fatto il pane che, di conseguenza, era contaminato dalle polveri contenenti piombo e zinco, le quali potevano quindi penetrare all’interno dell’organismo. Infine il caso del Lago d’Aral, bacino salato situato tra Uzbekistan e Kazakistan; ai tempi dell’Unione Sovietica veniva sfruttato per l’irrigazione di vastissime piantagioni di cotone, ma usato anche come collettore di scarico di tutte le attività antropiche che si svolgevano nei dintorni. Il risultato: il lago è stato quasi del tutto prosciugato ed i suoi sedimenti inquinati, sollevati e trasportati dal vento, hanno causato delle serie patologie nella popolazione compresa tra i 3 e i 16 anni di età. Un’equipe svedese ha riscontrato che il 20% dei neonati nasceva sottopeso; coloro che riuscivano a sopravvivere presentavano un’elevata incidenza di malattie cardio-circolatorie congenite e patologie diffuse a fegato e reni; una tossicità del sangue altissima con il piombo che si sostituiva al ferro e pigmentazioni anomale della pelle: le polveri erano entrate nella catena alimentare. Mavris ha concluso con una importante riflessione: «Per poter analizzare queste casistiche, occorrono studi complessi e intere équipe di ricercatori che devono unire le proprie forze per giungere a dei risultati; sono studi costosi, ma importanti perché dobbiamo pensare ai nostri figli, a quello che lasciamo loro (un pianeta-pattumiera) e al costo sanitario nazionale. Pensare a breve termine non è mai una buona idea». Parma è una città inquinata, ma Koiné Ambiente si fa avanti con una proposta: « Collocare alveari e arnie nei parchi cittadini e nei giardini privati di coloro che desiderano aderire allo studio – ha dichiarato apertamente Pellecchia –; i dati raccolti saranno poi affiancati a quelli che l’Arpa raccoglie con le sue centraline. Per questa ragione chiediamo l’aiuto di tutti, in primis delle associazioni e delle istituzioni locali, affinché ci aiutino fattivamente a realizzare un progetto innovativo, davvero utile alla nostra popolazione ».
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