Il 23 dicembre scorso, in un freddo ed umido pomeriggio domenicale, mentre facevo zapping a velocità ultrasonica, per evitare dincappare nei soliti demenziali programmi mandati in onda da Raiset o Mediarai (scegliete voi il termine più corretto), ho avuto la fortuna di sintonizzarmi su MTV. In quel preciso momento iniziava la messa in onda del film/documentario:
La Memoria ha un costo. Preso dalla curiosità iniziavo la visione di una delle più interessanti opere trasmesse dalla televisione italiana, da alcuni anni a questa parte. Che dire del documentario? Semplicemente stupendo. Due ore per sentire, dalla viva voce dei protagonisti, cosa significa lottare contro la mafia. Due ore per ascoltare le storie di chi lavora nelle cooperative nate sulle terre confiscate ai mafiosi. Due ore di grande informazione. Attenzione, però, linteresse dello spettatore non era catturato con luso deffetti speciali, grandi ricostruzioni sceniche o costosi ed inutili orpelli televisivi, quali sigle fantasmagoriche e musiche esclusive. Niente di tutto questo. Il documentario faceva parlare solo le persone. E, scusate se è poco. Quando le persone si chiamano Don Luigi Ciotti e Tano Grasso o sono come i ragazzi di Libera, un semplice documentario diventa autentico approfondimento giornalistico. La visione della realtà, coinvolgente come un film ma tangibile nella sua terribile crudezza, riesce a non annoiare gli spettatori per tutta la durata del racconto. Don Luigi Ciotti già lo conoscevo per le sue innumerevoli apparizioni televisive. Ero perfettamente al corrente del suo quotidiano impegno nella lotta alla mafia, alla camorra, alla ndrangheta ed alle altre organizzazioni criminali. Quella che, però, mi ha profondamente colpito è stata limmagine di Don Luigi Ciotti, mentre celebrava la messa. La calma, la serenità, il carisma sprigionato dalla sua voce e da quei lenti, ma nello stesso tempo decisi gesti, mi avevano letteralmente incollato davanti al televisore. Questo mi aveva permesso di vedere quanto limpegno di questuomo e di persone come Tano Grasso, i figli di Pio La Torre, i ragazzi della Locride, stava riscattando il meridione dItalia dalle vergogne chiamate: Mafia, Camorra e Ndrangheta. La testimonianza delle persone impegnate nelle varie attività portate avanti da Libera, avevano segnato, indelebilmente, un pomeriggio altrimenti dedicato alla visione dei soliti, inutili e ripetitivi programmi trasmessi dagli scemenzifici televisivi domenicali, infarciti di: orrendi balletti, dibattiti sguaiati e sgallettate varie, pseudo attrici, presentatori accomodanti, giornalisti prostrati davanti al politico di turno, presentazioni di libri scritti da giovani "negri” per i giornalisti affermati o personaggi semianalfabeti, ma sulla cresta dellonda, che per un tozzo di pane si appropriano della creatività e della bravura daltri, per fare soldi alle spalle dei gonzi che comprano i loro libri. E non parliamo, poi, dei goal e delle partite truccate a iosa. Che stridente contrasto con gli argomenti trattati magistralmente dal documentario: le mafie e leducazione alla legalità, la gestione dei beni sottratti ai malavitosi, il pizzo e la paura di chi si ribella, i successi e gli insuccessi dello Stato nella lotta alla criminalità, i piccoli grandi eroi che quotidianamente sfidano gigantesche organizzazioni criminali, spesso vincendole, a guisa di novelli David contro Golia. Speriamo che lepisodio non rimanga isolato e che, oltre a La 7 e MTV, il documentario possa essere mandato in onda, in prima serata, su Rai Uno e visto da almeno venti milioni di persone. LItalia, sono sicuro, ne ricaverebbe grossi benefici.
UGO PERSICE PISANTI