La cifra fondamentale per la lettura dell’opera di Bruno Barborini, che il 23 febbraio inaugura una mostra a “La roggia” di Pordenone, è senza dubbio la coerenza. Coerenza di contenuti, innanzitutto, perché in tutto il suo lungo itinerario artistico l’interesse primario (forse addirittura unico) è stato quello di testimoniare la realtà, quella del mondo nel momento che viveva.

Addirittura, si potrebbe affermare che il dolore è stato il sentimento animatore di tutta l’opera, sia quando riferiva le sue tele ad una distruzione atomica che l’atmosfera tesa e cupa della guerra fredda suggeriva come un’eventualità prossima ventura; sia quando ha preso a riflettere sulle molte, troppe guerre che quotidianamente si combattono in tutti i campi, da quello militare (Vietnam, Iraq, Africa e via via attraverso tutti i conflitti che si continuano a consumare nel mondo ancora oggi) a quello civile, tra razzismi e violenze, malavita organizzata e disfunzioni sociali. La sensazione di vivere sull’orlo di un precipizio di dolore e di stravolgimento ha accompagnato il suo lavoro in tutti questi anni, connotandolo con un carattere che è difficile confondere. Ma anche sul piano formale, la coerenza è la linea – guida della sua pittura, quella che la rende leggibile al primo impatto per la sua intensa originalità. Il colore si accampa sulle superfici quasi per naturale germinazione, si accorpa e si aggrega ad evocare le forme, piuttosto che segnarle o evidenziarle: proprio per questo assume un ruolo dominante nella lettura. Infatti, se le composizioni per se stesse rimandano alla paura, al terrore muto di fronte agli scempi, i colori invece sembrano parlare un altro linguaggio, quello della gioia di esplodere. In molti casi, la violenza delle cromie e il “gocciolamento” spontaneo acuiscono il senso di tragicità dei contenuti. Ma, molto più spesso, la tavolozza iridata, accentuata nei toni caldi, sottrae alla sofferenza la sua ineluttabile violenza per suggerire, in alternativa, una sorta di ironia quasi carnevalesca, in un gioco di voluta ambiguità che porta a godere della visione anche di fronte alle tragedie che si consumano nel dipinto. E, soprattutto, l’insistente volontà di luce che, a squarci o per intensa persistenza, anima sempre le composizioni, sembra contraddire alla sofferenza esplicita ed allude ad una possibilità di fuga o di riscatto. Anche le opere dell’ultimo anno, il 2007, corrispondono a questa capacità di Barborini di essere testimone di un tempo infelice, con tutti i disastri di cui siamo capaci noi uomini: oscillano, infatti, tra la violenza degli sprechi sulla (e, soprattutto, contro) la terra e quella ancora più esplicita della malavita organizzata; tra il dolore per la scomparsa di grandi protagonisti e quello per la persistenza di stupidi atteggiamenti di prevenzione razziale; tra le colpe di una classe politica inerte e l’entusiasmo dei giovani comunque aperti alla speranza ed anche sul piano formale la grafia è la stessa, fatta di pennellate nervose ed immediate, coi toni prevalenti dell’azzurro, del rosso, del gialli, stesi (spesso, lanciati) sul supporto a suggerire personaggi e situazioni. Di più, c’è l’utilizzo di un supporto solo apparentemente anomalo, fette di un antico tronco che un violento temporale aveva abbattuto. In realtà, anche in questo appare la lucida coerenza di Barborini che già nel tempo aveva fatto ricorso, per le sue composizioni, a materiali più congeniali all’arte povera. Il primo richiamo immediato è alle tavole che per alcuni secoli hanno costituito l’unico supporto della pittura storica. In questo caso, poi, si aggiunge il conclamato contrasto tra la naturalezza dell’albero (abbattuto dalle leggi della natura nel loro inevitabile intersecarsi) e la “tecnologia” della pittura che piega l’elemento naturale alla funzione comunicativa: l’idea che un pezzo di tronco possa essere base ad un’opera ispirata alla discarica ed alla recente vicenda campana dà da sola il senso della riflessione attenta, non disgiunta da uno spiccato senso dell’ironia Ormai maturo per anni ed all’apice della sua parabola artistica, Barborini sembra dilettarsi a riassumere il suo lavoro (quasi a riassumere se stesso) in una collezione unica, particolare e decisamente coerente, sia con i tempi che viviamo che con la sua grafia di artista.

Enzo di Grazia