Il cosiddetto disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche, prevede pene detentive fino a tre anni per i giornalisti che ne divulgano i testi e sanzioni amministrative per gli editori che ne autorizzano la pubblicazione prima dell’inizio del processo, ma questo è nulla, il testo proposto dal Ministero della Giustizia Angelino Alfano prevede il carcere anche per i giornalisti che danno notizie relative ad inchieste giudiziarie non ancora giunte alla conclusione delle udienza preliminare.
Praticamente i potranno raccontare i fatti dopo anni che sono accaduti. «Secondo le norme stabilite dal ddl Alfano i giornalisti sarebbero letteralmente ingabbiati, le leggi si fanno per dare dei segnali e questa lancia un pessimo segnale. Piuttosto a noi giornalisti pare che abbia lo scopo di rendere non più conoscibile la cronaca giudiziaria per un tempo lunghissimi. I cittadini non verrebbero più a conoscenza di vicende che in questi anni hanno assunto un’indubbia rilevanza sociale: dal crack Parmalat alle recenti vicende della clinica Santa Rita di Milano, tutte queste cose diverrebbero conoscibili solo dopo l’inizio del processo, quindi, conoscendo i tempi della giustizia italiana, a distanza di anni dall’esplodere dei fatti» – il presidente della Fnsi ha continuato: «Non riteniamo di essere esenti da errori o che sempre l’informazione abbia sempre assolto al suo dovere e rispettato il diritto degli individui a non vedersi devastata la vita, al contempo – dice Natale – continuiamo ad affermare ad alta voce che non di questo si sta discutendo: in queste settimane si sta facendo una gran confusione, per cui sembra che tutto sia gossip, tutto sia intrusione indebita nella vita degli individui. La riservatezza sta a cuore anche a noi, anche noi crediamo in un giornalismo che consideri la privacy come un valore e un diritto da tutelare, ma qui non di questo si sta discutendo».
Salvatore Pizzo