Nella vita vi sono periodi che trascorri nel guado, altri in cui stai sulla sponda ad osservare e riflettere. “Il potere logora chi non ce l’ha ma droga chi ce l’ha”: questa personale integrazione di una riflessione del Sig. Giulio Andreotti la voglio svolgere analizzando i personaggi di cui sopra. Preferisco una premessa: non mi interesso di politica clientelare od elettorale dal 1977, ho iniziato l’impegno

politico a 14 anni ed ho smesso a 26 anni, perché i miei genitori e nonni mi avevano insegnato a vivere del mio lavoro. Ho speso gli ultimi 20 anni nel promuovere e presiedere un Comitato Civico, sempre rifuggendo dalle competizioni elettorali. Dico questo perché tale status mi accomuna a decine di milioni di italiani che hanno pensato a lavorare, a produrre reddito, a credere in valori civili certi, ad impegnarsi per il futuro delle generazioni successive. Nel fare questo abbiamo – ahinoi – delegato ai professionisti della politica quasi tutto. Nessuno si illuda che il voto trasformi la realtà, che ci faccia passare dalle mani di imbroglioni ed incapaci in quelle di santi e grandi realizzatori, che sia il lasciapassare per uscire dall’inferno precedente al paradiso successivo. La politica è innanzitutto libido del potere ed egoismo. Un egoismo di clan, di un esercito di vanagloriosi, demagoghi e parassiti che attraversa tutti i partiti. Nessun leader di partito ha avuto da noi la gloria di un premio Nobel, la stima come benefattore dell’umanità, l’opera di beatificazione. Entrando nello specifico:

BERLUSCONI Il signor Silvio Berlusconi (a proposito, nella mia vita non ho mai chiamato, né chiamerò mai un parlamentare, onorevole; per ovvi motivi ) è uno scaltro imprenditore, una mente multimediale che si autoricarica in fretta, che a metà anni ’90 decise di scendere in campo. Fallita l’esperienza del suo amico Craxi, pensò che era l’ora di curare di persona i suoi molteplici interessi. Persona intelligente, assolutamente priva di sobrietà, incline alle macchiette ( per lui è uno sfogo ed un relax saltuario), apparentemente amico di tutti, come tante persone dalle nostre parti che ti sono amiche fin quando servi loro. E’ un tipo dall’intelligenza viscerale, un intuitivo ma anche molto presuntuoso. Pensa di averlo solo lui e comunque è appena al di sotto del padreterno. E’ estremamente testardo al punto di prender asso per figura e scambiare la realtà con la virtualità. E’ un esasperato narcisista ed infatti sta rischiando di annegare nell’idolatria della sua persona. Ha illuso, da buon prestigiatore, gli italiani convincendoli – quasi – a risolvere lui tutti i loro problemi. Ha creato attorno a sé – come in altri periodi storici – una rete di cortigiani, non sappiamo quanto e fin dove fedeli. Appartiene a quella categoria di salvatori della patria che non hanno avuto fortuna nei tempi recenti.

BOSSI
E’ un personaggio ruspante, popolare. Quando comparve sulla scena lo appellai “ ‘o ciuccio che arraglia”. E’ un impulsivo. Fallito nel raggiungere un’arte o una parte, ha pensato di poter sfondare nella politica. E’ partito come imbonitore, come piazzista, poi – dotato di contadina intelligenza e praticità – ha compreso che poteva fare carriera visto che dall’altra parte c’erano o vanitosi politicanti di carriera o presuntuosi parolai buoni solo per vivacizzare il salotto per una sera. Ha saputo promettere e mantenere le promesse, disdegnando i circoli e le attrazioni del potere romano, ma solo fino ad un certo punto. Si illude di poter salvare le regioni del nord lasciando andare alla deriva quelle del sud. Non è un raffinato, è incline alle battute e parolacce e si sente più a suo agio nelle osterie del nord che in parlamento e dintorni.

FINI
Fini è il professionista della politica, scelta inizialmente per ragioni ideali e poi continuata per essersi convinto di poter fare il presidente, il capo. Nella sua ascesa e maturazione politica è cambiato molto. Come tutti i professionisti della politica ha pensato di giocare meglio degli altri sulla scacchiera del potere, non facendo però i conti con gli altri 2 personaggi ed i loro entourage, profondamente invidiosi di rischiare di avere a che fare – dopo Berlusconi – con un leader come Fini. Nella sua maturazione politica ha buttato alle ortiche molte convinzioni del suo partito di origine e di trasformazione. Ma poi – negli ultimi due anni – ha perso la bussola. Ha compreso che i suoi colonnelli erano ormai sazi di aver raggiunto lo scopo pari alle loro ambizioni, che il suo ex partito tendeva a liquefarsi, resistendo solo una parte, quella che lo sta sostenendo nello scontro epocale con i primi due. A mio avviso Fini di sicuro ha commesso molti errori, tattici e strategici, temendo di essere estromesso dai circoli del potere. Quando però vivendo tra la gente ha visto e sentito le crescenti lamentele del ‘suo’ popolo, ha avuto uno scatto d’orgoglio ed ha lanciato la sfida. Se sarà, come molti si augurano, una sfida di civiltà e generazionale ( le aspettative dei giovani contro le rendite di posizione e parassitarie dei vecchi parrucconi ), allora -anche se tardiva – essa sarà considerata benefica.