Link al video

laccioemostatico | 09 gennaio 2011 |

 Settimo cortometraggio del Dr.Panico. 08/01/2011. Regia, testo e musica: Dr.Panico.

L’ipod si è rotto. Ascolto o, piuttosto, subisco il beat che esce dalle cuffie della ragazza di dietro: si sente solo il rullante e la voce femminile. La classica cantante americana sbarra zoccola sbarra zozzona, per quel che cerca di inculcare nell’immaginario collettivo. Rifletto un momento sulla perfetta consonanza tra zoccola e zozzona. La ragazza risponde al telefono: ciao zia, sono a Napoli, si, si si tranquilla, no, ciao zia, ciao ciao ciao. Poi chiama: mamma, sono a Napoli. Ah ah ah, ho la sveglia, no, si, no. Mezz’ora di ritardo. Essì! Grazie, ciao mamma, un bacio, si si, ciao. Buongiorno! Benvenuti al treno intercity sette zero zero. Il treno Fermerà ad Aversa, Formia, Latina ed arriverà a Roma Termini. Passa un sacco di gente. Qualcuna disorientata: allora ho il ventitré.. Qualcuna ancora più disorientata: Scusi, questo va a Roma? Qualcuno vuole semplicemente vendere pupazzetti e fregarmi la valigia. Maledetto. Nel treno si odiano e si lamentano un po’ tutti. Qualcun altro torna dal bagno ben conscio di non averne fatta manco una goccia dentro. A Napoli il treno cambia verso. Questo mi fa riflettere sul concetto di viaggiare all’indietro. Cioè sull’andare avanti dall’altro lato, ovvero quando la tua posizione, seppure da immobile, suggerisce un moto diverso dal solito concetto di andare. Ragionamento in cui c’è un po’ di poetico, un po’ di moto rettilineo uniforme, un po’ di gay e un pizzico di ‘sti cazzi. Intanto tutti complottano per rubarmi la valigia. Siamo ad Aversa ed è vietato attraversare i binari. Ad ogni stazione mi viene voglia di mimare, intimandolo con gesti frettolosi, di sucare alla gente che guarda il treno dalle panchine. Si vocifera sull’entità del ritardo. Subito dopo escogitano un piano per rubarmi la valigia. Guardo il controllore dapprima invidiandogli la sua giacca verde, poi un po’ stupito e un po’ destabilizzato dal fatto che lui non abbia una città in cui lavora. Tipo le hostess. Chissà perché anche quelle un po’ zoccole, nell’immaginario collettivo. Mancano due ore. Mi pento di qualcosa a caso, giusto per passare il tempo. Rimpiango i tempi andati per sette minuti. Guardo un po’ fuori dal finestrino canticchiando una canzone di cui ricordo solo il ritornello per tre minuti. Rimpiango quando rimpiangevo i tempi andati per due minuti. Guardo il culo della ragazza seduta davanti, sulla sinistra, per cinque minuti. Vado in bagno e rifletto sull’idiozia della parola pipì. In bagno rifletto sulla scelta stilistica di mettere uno specchio dietro il water. Una specie di porno egoistico? Esco dal bagno. Vado a controllare la valigia, che non c’è.