La cronica carenza di personale si accentua nel periodo estivo e gli utenti non sanno “a chi santo votarsi”
Il Piano regionale “di rientro” della sanità ha previsto, tra l’altro, la dismissione dei presidi ospedalieri di Teano e di Capua, il ridimensionamento di quelli di Santa Maria C.V. e di San Felice a Cancello, l’accorpamento di quelli di Maddaloni e Marcianise. Per quanto concerne Aversa, essendo l’ospedale San Giuseppe Moscati al centro di un bacino d’utenza di oltre 350.000 abitanti, ovviamente non è stata prevista né la chiusura né il ridimensionamento. Questo, però, avviene solo “sulla carta”. In realtà chi dovrebbe gestire l’ospedale ha una strana concezione della sanità pubblica. Da tempo immemorabile, infatti, al Moscati non entrano in servizio nuove forze lavorative. Né un medico né un infermiere hanno da svariati anni rinforzato un organico insufficiente numericamente ed al limite, per questo, del collasso nervoso. La carenza endemica di personale, basti pensare che quello che va in quiescenza non viene sostituito e che, a volte, il già esiguo numero in servizio effettivo viene ulteriormente ridotto per colpa di scellerati trasferimenti presso altri nosocomi, ha portato, di fatto, un forte ridimensionamento della capacità di dare risposte concrete alle richieste della popolazione da parte dell’importante e strategico presidio sanitario. Basti pensare a quello che accade in Pronto Soccorso, dove sono all’ordine del giorno violenze verbali e aggressioni fisiche perpetrate da utenti, inferociti dalle interminabili attese, ai danni dell’eroica pattuglia di medici ed infermieri in servizio in quella sorta di “prima linea”. A fronte di tutto ciò sembrerebbe che per il periodo luglio/agosto 2011, per consentire al personale di godersi il meritato e indispensabile periodo di ferie, qualcuno dei piani alti abbia intenzione di accorpare i reparti riconducibili all’area medica: medicina generale, gastroenterologia, ematologia e chirurgia. Reparti che notoriamente sono superaffollati visto che i pazienti sono costretti ad accettare il ricovero su barelle distribuite equamente tra corridoi e stanze di degenza. L’iniziativa, comunque, di sicuro porterebbe di fatto ad una perdita secca di posti letto pari a non meno di venti unità. A questo punto, da più parti ci si domanda qual è il criterio che genera un siffatto modo di organizzare il personale? E’ mai possibile che da così tanto tempo nessuno della dirigenza sia riuscito a trasferire nuova forza lavoro in un ospedale che in Campania è secondo solo al Cardarelli per numero d’interventi di Pronto Soccorso? Ai posteri l’ardua sentenza!
di Stefania Morvillo
Presidente Associazione Utenti Ospedalieri