Scrima_FrancescoC’è un grande bisogno di cambiare clima: il Paese ha dato, negli ultimi tempi, ripetuti e forti segnali in questo senso; un bisogno che può ancora apparire indistinto e confuso, che non ha i connotati del progetto compiuto, ma che certamente si manifesta come un’esigenza a stento contenibile; forse non è chiara la direzione da intraprendere, ma è incontestabile la voglia di fuga che prende corpo nel momento in cui si percepisce come non più sopportabile ciò che si vuole lasciare.

Non sono poche le ragioni che alimentano questa tensione, per molti ancora indistinta, al cambiamento: la delusione per le tante promesse non mantenute; il disgusto per una politica degenerata in rissa da cortile; la conseguente caduta di prestigio delle istituzioni, compensata a fatica dall’autorevolezza che ancora si riconosce alla più alta carica dello Stato; i forti e crescenti squilibri sociali, che acquistano maggior evidenza nel momento in cui ai cittadini si chiedono i sacrifici imposti dalla grave emergenza economico finanziaria; la difficoltà a cogliere in prospettiva segnali di crescita, per sé e soprattutto per le generazioni più giovani.

Agevole e sgombro di ostacoli si presentava, in avvio, il percorso di una legislatura nata con l’affermazione di una maggioranza parlamentare senza precedenti. In che tempi, e con quali modi, quest’ultima sia andata rapidamente disfacendosi, è noto a tutti, così come sono note le modalità con cui la stessa ha trovato modo di ricostituirsi, chissà quanto solida e chissà per quanto tempo, mentre il confronto è, fatalmente, sempre più sui numeri che sul merito di qualificate proposte alternative.

Abbiamo dunque una politica che non è esagerato definire disastrata: ad una maggioranza rappezzata fa infatti riscontro un’opposizione che non solo non appare portatrice di un progetto chiaro e condiviso su cui proporsi per una credibile alternativa di governo, ma fatica addirittura a trovare il necessario consenso sulle modalità cui affidarsi per gestire il confronto al proprio interno, per individuare e investire di mandato una propria leadership.

E’ una politica che appare sicuramente non all’altezza dei compiti difficili che ha di fronte; una politica che dovrebbe guidare il Paese verso traguardi che rispettino gli impegni assunti a livello internazionale e che resta invece colpevolmente ripiegata su se stessa. Cadono sistematicamente nel vuoto i ricorrenti richiami del presidente Napolitano a traguardare, nella dialettica politica e parlamentare, interessi comuni: richiami sui quali egli stesso, con amara ironia, confessa di percepire un’attenzione dettata da “mera cortesia istituzionale”, senza alcuna reale incidenza sui comportamenti, che restano quelli di in un’interminabile ed estenuante (per il Paese) campagna elettorale.

In un contesto del genere dare espressione al disagio, al malcontento, alla protesta è, per il sindacato, necessario e doveroso. Pochi hanno le carte in regola come il sindacato per farsi portavoce e interpreti di un’inquietudine che lasciata a se stessa difficilmente può essere in grado di tradursi nella necessaria spinta ad un cambiamento che sia davvero di svolta e di crescita. Non si tratta, sia chiaro, di sostituirsi alla politica, ma di sollecitarla ad essere migliore, di incalzarla con la capacità che il sindacato può avere di stare sui problemi, di richiamare le vere priorità, per la cura che dedica non solo alla tutela degli interessi di parte, ma al bene comune.

Dev’essere però un sindacato che non si compiace solo di ascoltare le proprie grida, né che ostenta indignazione per ottenere facili applausi. Dev’essere un sindacato che affronta le questioni non solo per denunciarle, ma per risolverle almeno in parte; che si misura, si confronta e si scontra fino a strappare qualche risultato; che non dismette le fatiche cui è chiamato “qui e adesso”, rimanendo in attesa di tempi migliori. Proprio le difficoltà straordinarie del contesto in cui ci muoviamo ci convincono a stare sul nostro lavoro e a farlo con tenacia e determinazione, anche quando sarebbe più gratificante allestire vetrine e metterci in posa.

Sono i contenuti della manovra di stabilizzazione finanziaria il tema con cui la politica, e il sindacato, sono chiamati a misurarsi in questi giorni. Tema scabroso in sé, ma ancor più se affrontato quando la via del dialogo, degli accordi, delle convergenze è così difficilmente praticabile. Discutere, confrontarsi, definire intese sarebbe indispensabile per costruire una manovra che risponda ai requisiti, entrambi necessari, dell’efficacia e dell’equità.

La CISL ha fatto e sta facendo il possibile perché questo obiettivo si raggiunga, perché è interesse di tutti mettere il Paese al riparo dagli assalti della speculazione. Tenere unito il Paese, impresa che potrebbe sembrare disperata visto il quadro che abbiamo descritto in apertura, ma per la quale vale davvero la pena di spendere ogni energia disponibile.

Noi ci muoviamo da tempo in questa direzione, con un impegno forte e responsabile che vorremmo fosse da tutti condiviso. Abbiamo indicato con la massima chiarezza quali sono, secondo noi, le misure indispensabili per rendere accettabili e sopportabili le scelte di rigore a cui il Paese sarà chiamato nei prossimi mesi: una diversa politica fiscale, che accanto ad una più equa distribuzione dei carichi consenta di recuperare significative risorse intervenendo sull’evasione e sulle rendite finanziarie; un forte abbattimento dei costi della politica, cresciuti a livello centrale e periferico in modo scandaloso, alimentando un’odiosa ed estesa rete di privilegi che appaiono oggi economicamente insostenibili ed eticamente intollerabili.

E’ troppo chiedere alla politica di dare, su queste cose, almeno un timido segnale di disponibilità a cercare punti di intesa e di convergenza? Davvero si può pensare che torni utile ai lavoratori e ai cittadini il consueto spettacolo di una litigiosità senza fine e senza senso?

Non si chiede a nessuno di rinunciare alle sue prerogative o al proprio ruolo: è chiaro che il governo ha dieci volte più responsabilità dell’opposizione, ma in questo caso le forze sociali e l’opposizione possono giocare entrambe un ruolo importante per rendere più giusta e solida una manovra che – non va dimenticato – tutti ammettono essere ineludibile.

C’è bisogno di unità. Ne ha bisogno il Paese, ne hanno bisogno i lavoratori. La recente intesa su rappresentanza e contrattazione nel settore privato è in questo senso di buon auspicio, ma rappresenta soprattutto un importante segnale di responsabilità delle parti sociali in un momento particolarmente difficile della situazione economica e sociale del Paese.

Non ci illudiamo che sia finita, con questo, la stagione dei contrasti e anche delle forti divergenze tra organizzazioni che probabilmente si troveranno ancora a scegliere e percorrere strade differenti, ma questa intesa, come le tante intese costruite unitariamente, lontano dai riflettori, in tanti settori e luoghi di lavoro, sta a dimostrare che la possibilità di condividere percorsi e decisioni resta interamente quando il sindacato si confronta, in piena autonomia e senza pregiudizi ideologici, con la concretezza dei problemi e con le responsabilità che è chiamato ad assumersi chi punta ai risultati.

Roma, 12 luglio 2011

Francesco Scrima, Segretario Generale CISL Scuola

(dal sito della Cisl Scuola)