Caricato da MauraFYI in data 28/gen/2012

Breve video del monologo teatrale di e con Roberto Solofria (tratto dal romanzo Sandokan – storia di camorra di Nanni Balestrini edito da Einaudi) al Teatro Studio di Lanciano (CH) il 26 gen 2012. Lo spettacolo “[…] Non sparate ci sono i bambini mi arrendo mi arrendo. Per carità state fermi ci sono le bambine mi arrendo ma non fate male alle bambine e a mia moglie”. Con queste parole Sandokan, al secolo Francesco Schiavone di anni 44, la primula rossa della camorra campana, capo indiscusso del clan più feroce dell’Italia meridionale, quello dei Casalesi, ha accolto gli uomini della DIA di Napoli, con le sue bambine in braccio, consegnandosi agli uomini di Guido Longo, quando ha capito che per lui non c’era più scampo. Pur essendo tratto dal romanzo “Sandokan – storia di camorra” del poeta e romanziere Nanni Balestrini, “Il Macero” non indugia sulle “gesta” del noto camorrista casertano, delle quali peraltro vi è ampia traccia nelle cronache giornalistiche e giudiziarie. E quando si sofferma sulle vicende del clan che negli anni Ottanta sfidò la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, lo fa per descrivere, con un’impostazione surreale, il destino iperrealista di un paese alla deriva. Un paese in cui il cartello con la scritta “Benvenuti” è pieno di buchi di proiettili; in cui è “quasi” legale truffare le assicurazioni o esercitarsi al tiro contro il portone di una persona che ti è antipatica. Un paese in cui la cosiddetta modernità è giunta sotto forma di armi tecnologicamente avanzate o di auto di lusso e di telefoni cellulari, che l’uso di quelle armi consente di acquistare. Un paese in cui o diventi un “muschillo” (la sentinella di un boss) o frutta da macerare. Su un palcoscenico volutamente nudo, spoglio e squallido, Roberto Solofria, indossando gli abiti di un ragazzo sensibile e caparbio, racconta il disagio di vivere in una comunità in cui l’attitudine al delitto è divenuta scorza callosa, rimedio ad ogni ingiustizia. A tutto questo egli si ribella: prima parlando, decidendo di raccontare, di non tacere, e poi abbandonando la terra in cui è nato. La sua vorrebbe essere un’emigrazione morale, oltre che economica e sociale, un’emigrazione che nasce dal rifiuto di accettare l’abitudine alla morte che fa da sfondo ad una magra e indigesta esistenza contadina. “Il Macero” è la storia di una fuga, certo, è però anche, almeno nelle intenzioni, l’esposizione “chirurgica” di un taglio etico, politico, nei confronti di un inferno quotidiano, quello dell’Agro-aversano, che non genera nemmeno eroi ma solo martiri. Il Macero è prodotto dalla Società Cooperativa “Mutamenti” 

Di red