
Giovanni Battista Basile con alle spalle il libro che lo rese famoso lo “Cunto de li cunti”.
Il testo di Giovanni Battista Basile è scritto da Antonio Marino.
25×35 olio su carta Giovanni Battista Basile
(Governatore e letterato)
Anche se non tutti sono d’accordo sul luogo e la data di nascita, un fatto è certo ed è che si spense nel 1632 a Giugliano, ultima località da Lui amministrata come governatore. Proveniente da una famiglia numerosa, di “avventurieri onorati ” come la definisce Croce, Basile fu soldato a Venezia e cortigiano a Mantova prima di venire e stabilirsi definitivamente da queste parti , dove letterariamente espresse il meglio di se stesso. Fu insieme letterato e diplomatico, cortigiano e uomo di spada, improvvisatore di versi e sagace amministratore dei beni feudali . Al suo attivo diverse composizioni poetiche occasionali, scritte in italiano e spagnolo, un quasi dramma Marittimo “Le avventurose avventure ” ed un poema in ottava rima “Il Teagene”. Non soddisfatto dei suoi scritti, ponendogli l’aulica letteratura del tempo degli obblighi stilistici, cambiò strada e si dette a scrivere in dialetto napoletano… più consono al suo sentire. Nacquero così dalla sua penna le “Muse napolitane” , nove dialoghi in versi, ai quali diede il nome di egloghe ma che sono in realtà dei “vivaci quadri di costume popolare, disegnati con la guida di uno schietto sentimento morale”. Spirito eternamente inquieto, alla continua ricerca del nuovo e non ancora contento di quanto aveva prodotto, Basile andò oltre e cominciò a mettere insieme le fiabe di antica tradizione che si raccontavano in queste zone. Racconti dialettali che, a somiglianza del “Decamerone” di Boccaccio, vennero a far parte del suo ” Pentamerone ” in quanto (essendo in tutto cinquanta ) scritti come se si recitassero dieci alla volta, in cinque giorni. A questa raccolta, scaturita da un intimo travaglio, il nostro Basile diede il nome di “Cunto de li cunti, overo lo trattenimento de’ peccerille”. Da annotare che sia ” Le Muse napoletane” che il “Cunto de li cunti” videro la luce, tra gli anni 1634 e 1636, ossia dopo la morte dell’ Autore che- come già accennato- avvenne nella vicina Giugliano, che fa parte della diocesi aversana. Col “Pentamerone” l’ Italia e il mondo intero si arricchirono, secondo la tesi di molti illustri critici stranieri, della più bella e antica raccolta di fiabe mai esistita; giudizio condiviso dagli stessi fratelli tedeschi Grimm, anch’ essi raccoglitori di fiabe… che proprio al Basile si ispirarono . L’Opera, che era rivolta ad un pubblico colto, non trovò subito la fortuna dovuta tra la gente comune che l’aveva ispirata principalmente per la difficoltà (dei non napoletani) di comprenderne il linguaggio. Sta di fatto che, mentre era scarsamente conosciuta in Italia, i tedeschi cominciarono a leggerla ed apprezzarla, fin dal 1846, nella traduzione del Liebrecht. Come la conobbero e ammirarono gli inglesi, prima (1848) dalla traduzione squisita del Taylor e poi da quella più completa del Barton (1893) che resero il Basile popolare in tutto il Regno Unito. Nel nostro Paese bisogna arrivare al 1925, quando gli italiani poterono finalmente leggerla (opportunamente revisionata) nella splendida traduzione di Benedetto Croce… a cui fecero seguito altre traduzioni. Scritto sotto l’influsso rinascimentale, in pieno clima barocco, il “Pentamerone” o, come si vuole, il “Cunto de li cunti” è considerato il più profondo e artistico libro di fiabe popolari. Un libro in cui il Basile, col suo arguto senso della vita, riesce a fare del gelido e artificioso stile barocco un portavoce di saggezza popolana offrendo, come in una leggiadra danza, una visione originalissima e sorridente della vita.