I comportamenti malavitosi e delinquenziali non sempre hanno un impatto immediatamente negativo sul senso e forse anche sulla morale comune. Pur restando fuori discussione la valenza oggettiva del reato, che nasce nel momento in cui la legge viene trasgredita, ci possono essere argomentazioni o distinguo che di fatto tendono a smorzare, se non a sopprimere, la natura delittuosa di un determinato operato.
Per esempio, il fatto di rubare ai ricchi, pur essendo vietato e perseguito penalmente, viene intimamente accettato e forse anche giustificato. Non si spiegherebbe diversamente il successo almeno letterario di furfanti matricolati che per il fatto di essersi accaniti contro il patrimonio dei ricchi hanno riscosso il plauso e l’ammirazione di intere generazioni. D’altra parte la circostanza che i ricchi possano essere derubati fa parte del loro rischio imprenditoriale. Proprio perché rischiano, i ricchi si sentono autorizzati a remunerare questo rischio e quindi si arricchiscono sempre di più. Per cui si potrebbe arrivare al paradosso che i ladri o comunque gli attentatori del patrimonio sono la vera fortuna della classe imprenditoriale. E infatti, quanti più imprenditori ci sono in giro, tanti più ladri gli fanno da corrispettivo: al punto che sono numerosissimi gli imprenditori ladri, che sono appunto soggetti dove le due valenze convivono ed è difficile stabilire dove incomincia l’imprenditore e dove finisce il ladro. A fronte di questo ragionamento si capisce allora quanto siano spregevoli i ladri dei poveri. Costoro non possono vantarsi di alcuna letteratura che ne esalti le gesta, anzi il loro comportamento è considerato sacrilego. Rubare ai poveri è come rubare in chiesa, come sparare sulla Croce Rossa. Ebbene, è quello che succede oggi. E’ quello che personaggi senza scrupoli, spalleggiati da una compagine politico-clientelare, attuano quotidianamente. I ricchi sono amici loro e non vengono toccati. Toccano i poveri, che sono tutti coloro che hanno subito una sciagura e si trovano in una oggettiva condizione di bisogno. Come i terremotati aquilani, stritolati dal malaffare di una ricostruzione assurta a ghiotta occasione di facili guadagni. Come i lavoratori che vengono cacciati dalle fabbriche perché gli amici degli amici possano riciclarle in speculazioni immobiliari senza scrupoli. E’ il caso della Ixfin, dove il malaffare campano s’è dato appuntamento, sotto l’azzurro non già del firmamento, ma del vessillo del magna-magna. E’ l’antico dramma dell’oppressione del più debole da parte del più forte che si rinnova: un’accozzaglia massonica che passa per le aule di tribunali fallimentari e arriva per il tramite di studi legali “associati” al salotto della politica di palazzinari spregiudicati quanto rozzi approdati al rango di coordinatori del malaffare. E al danno si aggiunge la beffa: come in una commedia degli equivoci si rimpallano adempimenti fittizi giocando a scaricabarile, convinti come sono che i malcapitati incappati nelle loro maglie saranno presi per fame, come già successo una volta, quando lasciammo la fabbrica a questi tristi figuri. E loro entrarono, a fare l’inventario dei “cespiti”: “pezzi di ferro con i banchi”, così classificarono le linee motorizzate di produzione. Avete fatto il decreto-salva lista. Avete fatto il legittimo impedimento. Vi affannate sul lodo. Per noi cosa fate? Cosa fate per chi è vittima di un crimine assurdo, di un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio, lo scippo del lavoro, quando gli scippatori sono a piede libero? Vergogna! Voi, notabili e portatori d’acqua, falsi ingenui e fiancheggiatori compresi, siete il partito dei ruba-poveri. Peggio dei monatti di manzoniana memoria. Loro almeno spogliavano i morti: voi spogliate i vivi.

Giancarlo Attena, dipendente ex Texas Instruments di Aversa