Bisogna dire che con questo romanzo storico, “Con occhi Regina”, lo stile letterario di Stefano Giacomo Iavazzo ha trovato una profonda maturazione. Avvia il suo percorso maneggiando una poetica sottile che dispone di proprietà illuminanti e a tratti vagamente misteriose. Le sue precedenti opere, infatti, per chi già lo conosce, poggiano su lavori introspettivi. Ragioni al lumicino e Il vizio del lombrico, per esempio, sono un perfetto amalgama di esplorazioni psicologiche, di incursioni mirate nei labirinti della coscienza, con uno stile letterario spontaneo e ricercato, ad un tempo.
Con Il Totem di cristallo, poi, la sua impronta personale si solidifica, nel momento che immagina netto il divario tra ricchi e poveri, separati tra loro da una sopraelevata, posta come un muro a difesa della proprietà. E’ uno stile che ricorda Gabriel Garcia Marquez. Emerge un flusso narrativo che pare sregolato ma che converge in una coerenza narrativa, dove ogni cosa si fa e si disfa per riprendere il suo corso naturale, che è determinato in una realtà sociologica, con tutto il dramma della convivenza, dato nei vari strati sociali, nella loro ragione d’essere. Tuttavia, è proprio questa tensione a rendere manifesta l’intensità di una energia quasi visionaria che attraversa tutte le pagine dell’opera. La sua specifica formazione emerge nel tratteggio di raffinati spunti sociologici, che evocano le diffuse idee del sociologo Bauman. Si percepiscono tematiche religiose, ma mai disgiunte dall’analitica percezione di un potere che spesso abusa. Marx e Max Weber, ma anche Dante, Socrate e Hobbes, mille sono le idee e i pensieri che impregnano il testo. E’ un’intera vita culturale che si condensa nell’arbitrio delle parole.
Impressiona, poi, l’opera Il Regolo continuo, sperimentazione letteraria molto originale, dove la prosa si confonde con la rima. Si respira una forza magica, che evoca forme mistiche di classicismo. Come si può non pensare, in certi passaggi, a Raffaele La Capria e allo stile di Erri De Luca?
A tale proposito, basti pensare allo scrittore latino dell’antica Capua, campano pure lui, Cneo Nevio, famoso per la sua scrittura pungente, mordace, caratteristica che pure non manca nel dominio letterario dello scrittore di Aversa.
Ogni nuova fatica letteraria di Stefano Giacomo Iavazzo sorprende per la forza innovativa.
E così è anche il romanzo Con occhi di regina, capolavoro intriso di storia e di passione, destinato, non esitiamo a credere, a trovare il successo che ampiamente merita, dal momento che affrontare un romanzo storico è un’impresa ardita, un’avventura davvero per pochi.
E’ necessaria una capillare proiezione nel passato e una notevole capacità di immedesimazione, di empatia, oltre che di suprema fantasia.
Nel fertile humus si mescolano fluidi di dati storici con una ricchissima ed elaborata aneddotica, intrisa sempre di spunti sociologici, mentre ripercorre le naturali evoluzioni genealogiche di stirpi nobiliari e casati, ponendo l’accento su usi e costumi, con tutti i riflessi sociali ed economici .
La mole di dati storici è notevole, poderosa, in più di sessant’anni di storia, che vanno dal matrimonio di Maria Sofia di Wittelsbach con Francesco II, ultimo re del Regno di Napoli, al gennaio del1925, anno della sua morte.
“Con occhi di regina” è un romanzo in cui sono abilmente diluiti i drammi umani: la disgrazia, l’accanimento del fato, che in alcuni passaggi sembra essere una costante, la malattia mentale, ma soprattutto l’infelicità delle giovani donne, votate al matrimonio solo per perpetuare la stirpe dei regnanti.
Ma è anche il trionfo della Storia e, soprattutto, il risultato di un’incursione fenomenologica che rende ovattati i piccoli fatti, microstorie in versione talora realmente popolana.
C’è, infatti, un modo allegro e canzonatorio di raccontare ma anche severo, a tratti pungente e commovente.
E mentre pare sentire l’odore forte dello zolfo, elemento principale della lotta, misto all’acre del sangue e del dolore della perdita, o persino vedere “Calibbardo” guidare i suoi arditi garibaldini, la sottile analisi sociologica dello scrittore impone la suprema riflessione su un Meridione condannato ad essere terra di conquista.
Un’economia mal governata, da incapaci o, quanto meno, disinteressati alle sorti delle terre occupate, si evidenzia da quando “la solida moneta aurea e argentea venne sostituita dalla carta moneta piemontese provocando la più grande devastazione economica mai subita da un popolo”.
La spoliazione del Mezzogiorno, quindi, comincia da lontano, con tutti i risvolti sociali ed economici che l’hanno caratterizzata, dallo spopolamento delle campagne al primo grande fenomeno emigratorio, oceanico.
Presenta, in tal modo, sorprendenti analogie con la storia presente dell’Euro e degli sfasci economici più recenti.
“Le monde c’est fou, non c’è modo di guarirlo. Ogni generazione ripete gli errori delle generazioni precedenti”.
Questa è la lucida, amara considerazione di Maria Sofia, che spinge l’autore ad ipotizzare che la tessitura della geometrica ragnatela volta ad una architettura aggregante del popolo italiano sarebbe dovuta partire da Napoli, vero ombelico d’Italia, con a capo Ferdinando II, come viene prospettato nel racconto.
E questo romanzo rende un po’ di giustizia al torto subito dalla dinastia dei Borboni, che rivive, in queste dense pagine di notevole spessore letterario, non per essere beatificati, come specifica l’autore nella sua presentazione, ma almeno per fare la pace con la Storia, senza dover subire altre ingiustizie, che i vincitori non le hanno mai risparmiato.
A cura di Giacomo Luiso