Tratto da: Pier Paolo Pasolini, Terra di Lavoro, sta in: Le Ceneri di Gramsci, 1956.
Ormai è vicina Terra di Lavoro, qualche branco di bufale, qualche mucchio di case tra piante di pomidoro, èdere e povere palanche. Ogni tanto un fiumicello, a pelo del terreno, appare tra le branche degli olmi carichi di viti, nero come uno scolo. Dentro, nel treno che corre mezzo vuoto, il gelo autunnale vela il triste legno, gli stracci bagnati: se fuori è il paradiso, qui dentro è il regno dei morti, passati da dolore a dolore – senza averne sospetto. Nelle panche, nei corridoi, eccoli con il mento sul petto, con le spalle contro lo schienale, con la bocca sopra un pezzetto di pane unto, masticando male, miseri e scuri come cani su un boccone rubato: e gli sale se ne guardi gli occhi, le mani, sugli zigomi un pietoso rossore, in cui nemica gli si scopre l’anima. Ma anche chi non mangia o le sue storie non dice al vicino attento, se lo guardi, ti guarda con il cuore negli occhi, quasi, con spavento, a dirti che non ha fatto nulla di male, che è un innocente.
Una donnetta, di Fondi o Aversa, culla una creatura che dorme nel fondo d’una vita d’agnellino, e la trastulla – se si risveglia dal suo sonno dicendo parole come il mondo nuove – con parole stanche come il mondo. Questa, se la osservi, non si muove, come una bestia che finge d’esser morta; si stringe dentro le sue povere vesti e, con gli occhi nel vuoto, ascolta la voce che a ogni istante le ricorda la sua povertà come una colpa. Poi, riprendendo a cullare, cieca, sorda, senza neanche accorgersi, sospira. Col piccolo viso scuro come torba, in un muto odore di ovile, un giovane è accanto al finestrino, nemico, quasi non osando aprire la porta, dare noia al vicino. Guarda fisso la montagna, il cielo, le mani in tasca, il basco di malandrino sull’occhio: non vede il forestiero, non vede niente, il colletto rialzato per freddo, o per infido mistero di delinquente, di cane abbandonato. L’umidità ravviva i vecchi odori del legno, unto e affumicato, mescolandoli ai nuovi, di chiassetti freschi di strame umano. E dai campi, ormai violetti, viene una luce che scopre anime, non corpi, all’occhio che più crudo della luce, ne scopre la fame, la servitù, la solitudine. Anime che riempiono il mondo, come immagini fedeli e nude della sua storia, benché affondino in una storia che non è più nostra. Con una vita di altri secoli, sono vivi in questo: e nel mondo si mostrano a chi del mondo ha conoscenza, gregge di chi nient’altro che la miseria conosca. Sono sempre stati per loro unica legge odio servile e servile allegria: eppure nei loro occhi si poteva leggere ormai un segno di diversa fame – scura come quella del pane, e, come quella, necessaria. Una pura ombra che già prendeva nome di speranza: e quasi riacquistato all’uomo, vedeva il meridione, timida, sulle sue greggi rassegnate di viventi, la luce del riscatto. Ma ora per queste anime segnate dal crepuscolo, per questo bivacco di intimiditi passeggeri, d’improvviso ogni interna luce, ogni atto di coscienza, sembra cosa di ieri. Nemico è oggi a questa donna che culla la sua creatura, a questi neri contadini che non ne sanno nulla, chi muore perché sia salva in altre madri, in altre creature, la loro libertà. Chi muore perché arda in altri servi, in altri contadini, la loro sete anche se bastarda di giustizia, gli è nemico. Gli è nemico chi straccia la bandiera ormai rossa di assassini, e gli è nemico chi, fedele, dai bianchi assassini la difende. Gli è nemico il padrone che spera la loro resa, e il compagno che pretende che lottino in una fede che ormai è negazione della fede. Gli è nemico chi rende grazie a Dio per la reazione del vecchio popolo, e gli è nemico chi perdona il sangue in nome del nuovo popolo. Restituito è cosi, in un giorno di sangue, il mondo a un tempo che pareva finito: la luce che piove su queste anime è quella, ancora, del vecchio meridione, l’anima di questa terra è il vecchio fango. Se misuri nel mondo, in cuore, la delusione senti ormai che essa non conduce a nuova aridità, ma a vecchia passione. E ti perdi allora in questa luce che rade, con la pioggia, d’improvviso zolle di salvia rossa, case sudice. Ti perdi nel vecchio paradiso che qui fuori sui crinali di lava dà un celeste, benché umano, viso all’orizzonte dove nella bava grigia si perde Napoli, ai meridiani temporali, che il sereno invadono, uno sui monti del Lazio, già lontani, l’altro su questa terra abbandonata agli sporchi orti, ai pantani, ai villaggi grandi come città. Si confondono la pioggia e il sole in una gioia ch’è forse conservata – come una scheggia dell’altra storia, non più nostra – in fondo al cuore di questi poveri viaggiatori: vivi, soltanto vivi, nel calore che fa più grande della storia la vita. Tu ti perdi nel paradiso interiore, e anche la tua pietà gli è nemica.