Imparare cose aversane nella lontana Pordenone è un’ebbrezza difficilmente descrivibile per chi non vuole dimenticare di essere nato ad Aversa, nonostante essa si sia sempre comportata con i suoi tanti figli che non la vogliono dimenticare come un’arcigna matrigna. Una sensazione vissuta con rabbia da chi vive lontano, forse perché osservando le vicende qui dal settentrione, si percepisce ancor di più il processo autodistruttivo in cui deliberatamente la città normanna ha deciso di infilarsi, oramai da decenni. Un’eutanasia che tuttavia incontra una resistenza tenace che sta nell’ossatura della nostra Aversa, la millenaria storia ed il ricco (anche se malandato e stuprato) patrimonio artistico-culturale, elementi che rendono ardua la strada verso la morte assistita, perseguita con inconsapevole determinazione dalle varie classi dirigenti che da anni si sono succedute alla della città normanna, le quali probabilmente sono espressione di un popolo che non conosce nemmeno quanto possiede, una massa che in nome del dio “quartino” è sempre più impegnata a sputare su quella miniera d’oro che i nostri antenati ci hanno lasciato, una fortuna che noi non sappiamo far fruttare. Nella città friulana abbiamo incontrato il critico d’arte Enzo di Grazia, aversano doc finito da quelle parti non per lavoro ma per una serie di casi della vita, in primis l’incontro con la sua attuale compagna Giovanna, avvenuto nel maggio del ’77, quando si recò a Pordenone per una mostra degli artisti del gruppo “Linea Continua”, all’epoca molto attivo nel nostro territorio, e di cui lui era fautore. Da quella primavera è rimasto lì, dove è diventato il punto di riferimento di tutti gli artisti della zona che ruotano intorno all’associazione culturale “La Roggia”. Non rimpiange di essere andato via da Aversa, anzi con schiettezza ci ha fatto notare che ogni tanto c’è qualche “cacacazz” che glielo va a ricordare, nonostante i bei ricordi vorrebbe “formattare il passato”. Di Grazia è un ex docente di italiano e latino, nella nostra città ha insegnato al magistrale Jommelli ed al Cirillo, per poi concludere la carriera nella cittadina friulana. Ad Aversa, negli anni ’70, è stato anche consigliere comunale del Pci del quale è stato militante, dopo aver partecipato al ’68 aversano impegnato come attivista del Psiup. Si dimise dalla carica dopo circa due anni di mandato. Tuttavia dal suo parlare l’aversanità risalta tutta, e non solo per la pronuncia, ma la si può riassumere nel ricordo di una frase pronunciata da uno dei suoi tre figli, Antonio, prematuramente scomparso: “Ci vuole più coraggio a restare che ad andarsene”. A lui, che oggi ha 67 anni, si deve molta della ricerca storica che è stata fatta su Aversa negli anni 70-80, è autore di varie pubblicazioni su questo tema, per ricordarne alcune: “Le vie Osche dell’Agro Aversano attraverso le necropoli”, “Le origini normanne di Aversa”, “Una Breve storia della città” (Athena Mediterranea edizioni – 1974). Negli anni ’70 ha diretto anche una rivista di poesia, aveva sede in Piazza Municipio 22, lo stesso indirizzo che per ironia della sorte è stato successivamente del periodico Nero Su Bianco. A Pordenone ha continuato la sua passione per l’arte e la ricerca storica, così come faceva dalle nostre parti, è un punto di riferimento per la cultura friulana riconosciuto anche dalle istituzioni locali che tengono molto in considerazione le sue impressioni. I testi di Di Grazia sono stati tradotti anche all’estero, tra cui in Spagna e Slovenia.
Salvatore Pizzo