
Uomini, fatti e ritratti (da Osservatorio Cittadino)
La Rubrica, curata da Alessandro Carotenuto, si avvale delle illustrazioni del pittore Carlo Capone, sito web: www.carlocapone.it e-mail: caponart@alice.it.
Il testo è scritto da Antonio Marino.
Didascalia sotto il ritratto:
Innico Caracciolo nel seminario da Lui fondato.
INNICO CARACCIOLO
(l’Apostolo Zelante)
La cronaca ecclesiale addita, a buon diritto, Innico Caracciolo come uno dei principali pilastri della Cattedra vescovile aversana, per il suo zelo e ciò che ha prodotto e lasciato.
Figlio del feudatario duca Francesco, al soldo di Carlo II di Spagna, e di donna Beatrice dei marchesi di Airola, vide la luce a Martina il 9 luglio del 1642 venendo subito avviato alla vita cavalleresca.
Dopo la scomparsa del padre, morto prematuramente in duello, si trasferì giovanissimo in Spagna sperimentando gli agi e lo splendore della vita di Corte che, mettendolo in crisi con se stesso, lo indusse a scegliere una strada diversa.
Sta di fatto che seguendo il suo sentire cominciò, poco per volta, ad isolarsi dal mondo iniziando a mortificarsi nel fisico fino ad abbracciare la vita sacerdotale.
Per ottemperare meglio ai suoi voti, lasciata la penisola Iberica, se ne venne a Roma entrando nella vita diplomatica vaticana.
Entrato nelle grazie di Innocenzo XI, fu inviato come inquisitore della Santa Sede nell’isola di Malta, dove, avendo dato prova di grande generosità, lasciò un buon ricordo.
Ritornato a Roma, papa Alessandro VIII lo nominò subito Segretario della Congregazione dei Regolari e il suo successore Innocenzo XII, vistane la devozione caritatevole verso il prossimo, gli affidò la presidenza di un neo Ospedale per i bisognosi.
Preconizzato arcivescovo di Capua, lasciò cadere l’incarico per ben due volte e, rimasta vacante più tardi l’importante Cattedra di Aversa, dovette accettarla per imposizione. Era il 24 marzo del 1697. Fu prescelto e inviato sul posto di proposito per combattere il malaffare e la corruzione dilaganti che coinvolgevano tutti gli strati sociali della zona , sia essi laici che ecclesiastici.
Il malgoverno oppressivo della dominazione straniera, l’ignoranza e il parassitismo della borghesia locale e la moralità di comodo (meglio l’immoralità) dei rappresentanti della chiesa aversana, per ottant’anni sotto l’egida del malcostume e del nepotismo dei Carafa, avevano messo in ginocchio l’intera Diocesi offrendo un quadro deprimente.
Tanto che quando il Caracciolo mise piede in loco, profondamente preoccupato più che impressionato, ebbe a chiedersi : “Da dove cominciare la mia azione pastorale?”.
Addossatasi la croce, dopo essersi fatto coraggio, il 29 giugno 1697 prendeva nelle sue mani la Diocesi di Aversa con l’intento di migliorarla nello spirito e nel costume, partendo dalla moralizzazione del clero.
E la sua fu un’opera encomiabile, colossale (durata ben 34 anni), assidua nella quale impegnò le migliori energie venendo soprannominato il “Borromeo aversano”.
Considerato in vita “benefattore” e per i suoi svariati meriti, Clemente XI nel 1715 volle elevarlo a dignità cardinalizia, carica che ne aumentò lo zelo pastorale… quasi santificandolo.
Caracciolo, 56° vescovo di Aversa, è passato alla storia principalmente per i lavori di ristrutturazione e ammodernamento della Cattedrale con annessa fabbrica (a cui lavorarono i migliori artisti del tempo) e la costruzione di un nuovo e più capiente Seminario, che diventerà un “faro di cultura” per tutto il meridione.
Dopo aver speso bene la sua vita terrena, inculcando nei fedeli l’amore cristiano per il prossimo, si spegneva a Roma nel mese di settembre del 1730 (all’età di 88 anni) mentre partecipava al conclave per la elezione del nuovo Papa… che sarà Clemente XII.
Le sue spoglie furono deposte originariamente nella chiesa della Vittoria, dove rimasero per due anni fino al 1732.
Proprio in quell’anno infatti i resti, rimossi, furono traslocati in Aversa e seppelliti, come da suo desiderio, nella cappella del Santissimo del Duomo, da Lui restaurata ed abbellita.
Nel 1738 un suo pronipote arcivescovo, intervenendo di persona, lo fece tumulare nella già detta cappella, in un Monumento funebre che è un vero gioiello artistico.
Il pregevole manufatto, che è opera di Filippo Barigioni e Paolo Posi, è sormontato da un’allegoria (La Fama) dello scultore Pietro Bracci.
Nel duecentesimo anniversario della morte (1930), la città di Aversa e la Diocesi vollero ricordare l’illustre Porporato scomparso con una solenne concelebrazione che fu presieduta dal card. Alessandro Verde.
Questo per salutare, oltre che riconoscere ed onorare, nel Caracciolo la santità della vita, il suo zelante apostolato, il carattere benevolo e inflessibile, il mecenate dei buoni studi – a dirla col Capasso – e il rinnovatore della Chiesa: Colui che apre il “Libro d’oro” del clero aversano.
Antonio Marino
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