“Quasi tutti gli analisti sono d’accordo che le cause dell’aumento del costo del petrolio sono rappresentate fondamentalmente dalla crescente domanda mondiale di energia, in particolare dei Paesi asiatici, dalla crisi mediorientale, dal leggero calo di scorte negli Stati Uniti. E’ dei giorni scorsi l’iniziativa del sovrano saudita Abdullah di aumentare di 200.000 barili al giorno la produzione di greggio da parte del suo Paese.

La ragione apparente è quella di calmierare il prezzo e così dare fiato alle economie occidentali.” Dal Regno Saudita al Regno Unito: Oxford Analytica – società inglese specializzata in analisi e consulenza geopolitica – in uno degli ultimi rapporti ha individuato 21 punti di criticità che potrebbero, in un futuro prossimo o remoto, trasformarsi in crisi reali. Tra i fattori di debolezza citati dagli analisti, compaiono, ad esempio, la recessione statunitense causata dalla crisi dei mutui e del credito, le diverse tensioni in Asia Centrale, dal rischio disordini di Pakistan, Turkmenistan, Kirzikistan e dintorni, il ritorno al protezionismo di alcuni Paesi e così via. Ebbene, dei 21 rischi di interesse mondiale, ben 7 cioè il 30%, sono in qualche modo fortemente correlati al petrolio”. A citare questi dati è Fabio Massimo Cantarelli numero uno dell’agricoltura parmense quale Presidente del Consorzio Agrario di Parma. “La tendenza che si rileva all’aumento del greggio – dice ancora Cantarelli – sicuramente influirà nei bilanci delle imprese. Non è difficile prevedere che le imprese rurali che avevano salutato con interesse l’aumento dei prezzi dei prodotti agricoli potrebbero fare i conti con una serie di aumenti di costi diretti e indiretti che, purtroppo, incideranno negativamente sulla loro efficienza gestionale.”

Di red