Il problema dell’immondizia che, grazie a generazioni di politicanti inetti, affligge il nostro territorio è diventato la basse di un’opera letteraria dello scrittore Pietro Treccagnoli, “Non lo chiamano veleno” edito da Avagliano. Domenica il romanzo è stato recensito da Guido Caserza per il quotidiano La Sicilia, ecco come la testata siciliano descrive quest’opera che ci riguarda da vicino.

“Topos letterario della letteratura italiana degli ultimi quarant’anni, da Calvino a Scarpa, l’immondizia, ovvero il luogo per eccellenza dell’immondo urbano e letterario, diventa motore narrativo nel romanzo d’esordio del napoletano Pietro Treccagnoli. Non lo chiamano veleno (Avagliano, pp. 129, euro 9,00), questo il titolo del romanzo, è infatti ambientato in quell’area del napoletano, tra Giugliano e Aversa, dove la posturbanità del paesaggio è caratterizzato da un tratto essenziale; quello della discarica. Treccagnoli assume quindi lo scarto come elemento narrativo e vi costruisce introno un noir animato da criminali stralunati e spietati. L’intrico, sorretto da una sintassi narrativa in cui l’io narrante cede, di volta in volta, la maschera ai vari personaggi, ruota intorno al traffico internazionale dei rifiuti tossici. Da una parte ci sono delinquenti di piccola e grande caratura, fortemente tipizzati sin dai nomi (Rachid, Mellone, Rosario, Alfredo), dall’altra il commissario Ascione e la poliziotta Tropea: l’indagine scatta dopo il ritrovamento di due prostitute uccise. Ma l’indagine, il plot del romanzo, sono solo un pretesto per dare luogo a una grande allegoria narrativa: scritto in un idioma infarcito di napoletanismi, il testo è strutturato come un noir, ma lo schema si infrange nel capitolo finale, una sorta di fugato in cui il genere prende il tono di un cunto allegorico. Già nella metà del romanzo, quando la narrazione aveva lasciato spazio alla favola del mostro di Settecainate, il lettore avvertiva che la vera significazione del testo risiedeva in questa tensione allegorica: l’allegoria mefitica (ed è proprio Mefite, nel fugato finale, a parlare in prima persona) del disfacimento, della monnezza che tutto ingloba. Romanzo strutturalmente napoletano Non lo chiamano veleno usa una sorta di sublime d’en bas per parlare del degrado ambientale ed esistenziale, ed impiega le tecniche del poliziesco per immergersi nei rifiuti maleolenti, simbolo di ciò che il mondo del consumo e della corruzione espelle e nasconde”

Di red