Quella che riguarda Luigi Luppi e compagni è la terza inchiesta giudiziaria scaturita negli ultimi anni che riguarda dei parmensi che vengono a fare affari, grossi affari, nel nostro territorio quello aversano, ed i nomi coinvolti in queste vicende nella città emiliana sono di un certo rispetto. A Parma lo si sussurra ma non lo si dice, fa poco chic eppure certa finanza di “origine settentrionale” fa certe cose dalle nostre parti. Certo sono tutti innocenti fino al terzo grado di giudizio, ci mancherebbe, ma il quadro non è esaltante.

Prima la storia dei marchi della Parmalat che la Camorra, precisamente con il Clan dei Casalesi, imponeva ai distributori nostrani a suon di bombe, tanto che il monopolio aveva portato il latte di Collecchio ad essere il più caro d’Europa per i nostri consumatori. Altro che rapine, i nostri delinquentelli a Parma vanno a rapinare qualche euro nelle banche o alle poste.

Poi la storia degli immobiliaristi Andrea ed Aldo Bazzini, che secondo la Direzione Antimafia, con l’aiuto di colletti bianchi parmensi aiutavano i Casalesi a riciclare milioni di euro sporchi ed intrisi del sangue amaro della nostra gente. A Parma forse si lava più bianco, altro che Svizzera. Uno di loro ha già patteggiato due anni, ma recentemente la Dda ha sequestrato degli atti nel Comune di Parma, ed ha interrogato anche un ex assessore. E’ curioso che alcuni nomi di camorristi coinvolti nella vicenda Camorra e Parmalat, siano coinvolti anche nella vicenda del riciclaggio. La storia di Luppi appartiene al mondo della cosiddetta finanza creativa, quella di voler fare operazioni andando ben oltre la propria possibilità, una pecca di Parma che pesa sulla nazione e non solo. A Parma si vota, c’è la campagna elettorale di questi drammi non né parlano?

Salvatore Pizzo