Della musica popolare nata, all’incirca, nel tredicesimo secolo, non rimane quasi più niente. Il risultato della “naturale” predisposizione al canto del popolo campano, che diede origine ad una forma d’arte popolare, universalmente affermatasi, nel corso dei secoli, come autentico simbolo della “napoletanità”, è quasi completamente scomparso, letteralmente sopraffatto dalla “canzone neomelodica”.

Con questa artificiosa espressione s’identifica il risultato dell’opera di quegli “artisti”, per così dire, in genere campani, che per “sbarcare il lunario” sfornano a getto continuo delle orrende nenie lamentose, “arabeggianti” o “spagnoleggianti” che ostinatamente continuano a chiamare “Canzoni Napoletane”. Un mix di suoni, dal forte sentore magrebino, intercalati da gutturali espressioni dialettali che nulla hanno da spartire con l’immenso patrimonio culturale della vera “Canzone Napoletana”, con testi scritti spesso da semianalfabeti e cantati in un dialetto che non somiglia neanche lontanamente alla “nobile” lingua partenopea. Atteggiamenti e pose ridicole da “guappi di cartone”, “pupatelle” che pesano duecento chili, “minorenni” che assumono pose da “uomini d’onore”, unitamente a gesti ostentatamente teatrali contribuiscono a veicolare storie intrise di sangue, sesso e violenza; animate da stantie e patetiche apologie dei latitanti, esaltazioni dei bravi “guagliun” frequentati da “n’ammurate lassate”, amanti perdute, mammà, sosò e “triccheballacchi” vari. Le facce di alcuni di questi “artisti” avrebbero fatto la felicità del Lombroso. Visi contriti e “amareggiati”, sopracciglia e fronti corrugate con tale veemenza, e tante di quelle volte, da creare una sorta di “durone” posto all’intersezione del naso con le due arcate sopraccigliari. Sospiri, gemiti e urla “strazianti” (specie per i nostri padiglioni auricolari) che farebbero accapponare la pelle anche a Jack lo squartatore, sono inseriti forzosamente in tutte le canzoni neomelodiche. Un ruolo di primo piano è stato, senz’altro, ricoperto dalla “canzone sguaiata”, questo è il termine più consono da utilizzare, nel declino di una città che fu capitale di un grande regno e nella discesa agli inferi di una cultura come quella napoletana che ha “prodotto” artisti universalmente conosciuti del calibro di Eduardo de Filippo, Antonio de Curtis in arte Totò e Massimo Troisi; che ha visto nascere cantanti come Enrico Caruso, Beniamino Gigli, Roberto Murolo, Renato Carosone, Peppino di Capri, Massimo Ranieri e Pino Daniele; che ha generato gruppi musicali come la N.C.C.P. Nuova Compagnia di Canto Popolare, 99 Posse, Almamegretta, 24 grana; che ha visto all’opera geni creativi come Ermete Giovanni Gaeta (più noto come E.A. Mario), Libero Bovio, Salvatore di Giacomo, Ferdinando Russo, Ernesto Murolo, Raffaele Viviani e Roberto De Simone. In un tessuto sociale già disastrato, dove la cultura dell’illegalità è talmente diffusa da far apparire indistinguibile il sottile confine che separa il lecito dall’illecito, la “canzone sguaiata” ha avuto l’effetto, per usare un’immagine forte, del coltello arroventato girato in una piaga purulenta. In una città dove i morti ammazzati e la violenza sono una vera e propria “pandemia”, mitizzare personaggi come: “il latitante”, che sfida la legge perché deve correre al capezzale della madre morente, giurandole di cambiare vita, salvo poi rimangiarsi tutto, per tornare tranquillamente a delinquere, non appare una scelta propriamente felice, per usare un “simpatico” eufemismo. Esaltare il “buono guaglione” che uccide l’amatissima Assuntina (tutte le fidanzate, nelle “canzoni sguaiate”, si chiamano così) perché gliel’ha ordinato il Boss di turno, solo perchè la povera giovane ha la sfortuna d’essere figlia di “u’ traditor”, non contribuisce certo a sconfiggere la mentalità camorristica della popolazione. Far passare il contrabbandiere di sigarette, droga o armi come una specie d’eroe romantico, a metà strada da un personaggio di un racconto di Emilio Salgari o di un fumetto di Hugo Pratt, non serve certo a convincere i giovani che è meglio lavorare e restare liberi a 500 euro il mese, che spacciare droga per qualche anno, guadagnare una valanga di soldi, ma non poterseli godere perché o si viene ammazzati o si passa il resto della vita a scappare dalla polizia. Una popolazione che vive nell’indolenza e che non ritiene più di tanto disdicevoli, stili di vita ricalcanti, del tutto o in parte, stilemi camorristici, ha bisogno di messaggi forti, chiari, assolutamente non ambigui, in grado di ristabilire le giuste distanze tra il bene ed il male, la cultura e la sottocultura, la camorra e l’anticamorra, la civiltà e la barbarie. La città di Napoli deve riappropriarsi della vera “Canzone Napoletana”. Quell’espressione artistica popolare che, nei secoli passati, ha sempre trasmesso valori positivi. Una forma d’arte in grado di contribuire al mantenimento dei contatti tra gli emigranti e la loro terra d’origine. Una canzone sì popolare, ma con testi poetici scritti dai più grandi e riconosciuti letterati italiani: Gabriele D’Annunzio, con “A Vucchella” in primis. Lo spirito libero dei napoletani, poi, si è sempre riconosciuto nell’autentica canzone popolare, "Palummella zompa e vola", nell’ottocento, fu proibita perchè alludendo alla libertà trasmetteva “messaggi” all’epoca ritenuti sovversivi. I napoletani, pertanto, devono riconquistare la dignità perduta ad un genere musicale che, escluso villanelle e canti popolari precedenti il 1800, è nato nel lontanissimo 1839, grazie a “Te voglio bene assaje” e a Gaetano Donizetti, autore della musica. Non è possibile che un patrimonio musicale immenso come quello legato alla “Canzone Napoletana”, studiato nei conservatori di mezzo mondo, abbia perso ogni legame con l’antico retaggio classico perché è divenuta la più becera espressione di un sottoproletariato urbano considerato tra i peggiori del pianeta. Un genere che è passato dalla “macchietta” di Nicola Maldacea e Nino Taranto, che rappresentava personaggi e situazioni in maniera caricaturale e con velati doppisensi, ad autentici cafoni, autori di versi “immortali”, infarciti di “puparuoli” e “patanelle”. Se si facesse una sorta di Hit Parade mondiale sicuramente ai primissimi posti, ci sarebbero le più belle melodie e i meravigliosi versi di “opere musicali” come: ‘O sole mio, Munasterio ‘e Santa Chiara, Funiculì funiculà, Anema e core, Santa Lucia luntana, Reginella, Fenesta vascia, Tammurriata nera, Core ‘ngrato, Dduje paravise, Dicitincellu vuje, Luna Rossa, Era de maggio, Malafemmena, ‘O surdato ‘nnammurato, Passione, Te voglio bene assaje, Torna a Surriento, Voce ‘e notte, Tu vuo’ fa’ l’americano ecc. Perciò, auguriamoci che, in un prossimo futuro, possa avvenire un miracolo in grado di far rinsavire chi gestisce il movimento neomelodico, facendo capire a questi signori che s’incassano “chiù denar” a produrre le canzoni classiche napoletane, cantate nell’autentica lingua partenopea, esportandole in tutto il mondo, che vendendo qualche migliaio di copie tra la Sanità e Forcella di “canzoni sguaiate” che manco a Gaeta capiscono più. UGO PERSICE PISANTI