Nella biblioteca comunale «Gaetano Parente» nell’attuale piazza Federico Santulli (nota anche come Piazza San Nicola), si trovano lì dopo che scamparono ad un furto, avvenuto nel 2002, di una «medaglia» e un «bastoncino» di Garibaldi, gli oggetti furono rubati insieme ad altre opere d’arte custoditi nel complesso di San Domenico. Stando a quanto ci ha riferito tempo fa il giornale “Nero Su Bianco”, i cimeli garibaldini per decenni sono stati custoditi in cassaforte dall’economo del Comune di Aversa. La loro donazione risale certamente a prima dell’ultima grande guerra. Poi recentemente sono stati esposti nella biblioteca comunale, dove si può notare una lettera autografa di Giuseppe Garibaldi, che recita testualmente: «Anita carissima grazie per le bellissime camice rosse e più per l’atto gentilissimo. Dite a vostro padre che gli voglio sempre bene e salutatemi caramente mamma e tutta la famiglia. Con affetto Giuseppe Garibaldi». Non si tratta di Anita, la compagna di Giuseppe Garibaldi, bensì di Anita Occhipinti abitante a Napoli in “via del Petraio, 5”. Garibaldi gliela inviò da Caprera il 14 ottobre del 1876. La donna era la figlia di Ignazio Occhipinti, uno dei mille, il quale mise insieme i cimeli oggi custoditi ad Aversa, tra essi c’è un «osso» di Garibaldi corredato da uno scritto autografo di Anita Occhipinti: «Osso di Garibaldi estratto dalla ferita che riportò ad Aspromonte. Gli fu estratto dall’ill. prof. Palasciano con l’assistenza di numerosi medici, fra i quali vi era Ignazio Occhipinti, generale medico, genitore della signora Anita Occhipinti che lo conservò assieme ai capelli come prezioso ricordo del grande Generale a lui tanto affezionata». Nessuno ha mai capito il perché la famiglia Occhipinti donò queste preziose testimonianze della nostra storia proprio alla città di Aversa, forse per qui Garibaldi ebbe un grosso prestito per la sua impresa, concesso da donna Francesca de Paola. Il generale prima della battaglia sul Volturno si recò ad Aversa, una lapide apposta sulla facciata di Palazzo Golia, in Via Seggio ricorda ancora il suo pernottamento. Fu ospite dei baroni Ricciardi Serafini de Conciliis ain quali chiese un prestito che il regno sabaudo gli avrebbe restituito centuplicato, i baroni non avevano quei soldi ma un loro inquilino, il commerciante Giuseppe Motti sì, tuttavia l’uomo interpellato non voleva saperne di rischiare i suoi soldi. «Giuseppe Motti – scrive Leopoldo Santagata nella sua ‘Storia di Aversa’ – commerciava pittura e ferramenta nella casa dirimpetto al palazzo che i Ricciardi, dieci anni prima, avevano comprato perché fosse utilizzato per la servitù. Il Motti fu pronto a rispondere che non poteva soddisfare la richiesta in quanto non era un contantista. Era spiegabile e giustificato un tal rifiuto, nonostante la domanda fosse stata presentata sotto forma di investimento lucroso», ma la moglie di Motti, Donna Francesca De Paola, originaria di San Marcellino, era la nipote di un dichiarato antiborbonico, il sacerdote F. Di Paola che era cappellano della tenuta di Licola e della cappella di corte a Caserta. La donna decise di chiedere aiuto alla famiglia, e come narrano le cronache dell’epoca: sola, con un pugnale nascosto sotto uno scialle, senza indugi, attraverso una strada di campagna, raggiunse l’abitazione paterna a San Marcellino, convinse il genitore a rischiare i soldi che dopo la vittoria delle camicie rosse furono restituiti centuplicati.

Di s.p.