(dal quotidiano La Stampa del 18 ottobre 2008) I giornalisti si dividono in due categorie: quelli che han fatto il Vietnam e gli altri»: ipse dixit quell’incrocio magico (cronista scrittore) che fu Tiziano Terzani. Ricordando Tiziano, un (valoroso) «inviato speciale» lamenta sulla Stampa gli infiniti verboten che un po’ dappertutto impediscono ai giornalisti di fare il proprio mestiere. La guerra del Vietnam l’abbiamo vissuta spalla a spalla con i GI (loro combattevano, noi prendevamo appunti).
A Washington non gradivano che in Vietnam i giornalisti ficcassero il naso dovunque. C’era, in particolare, un reporter che «rompeva le scatole»: sto parlando di Peter Arnett. Un giorno, a Saigon, il suo capo (lavorava alla Cbs) gli disse che al Pentagono ce l’avevano con lui. «Ma io racconto quel che vedo», disse Peter. «Appunto». «E allora?». «Continua», disse il capo. In un altro Paese, Peter l’avrebbero licenziato; invece gli aumentarono lo stipendio, lo insignirono del Pulitzer. Altri tempi. Oggi, se un inviato vuol respirare polvere da sparo, deve rassegnarsi a far l’embedded, il finto soldato, agli ordini d’un sergente. La collega Maggioni nobilmente accettò la sfida ma non poteva riuscirci. Addio Vietnam, dunque, dove sotto i nostri occhi sgomenti vedevamo crescere, giorno dopo giorno, la guerra, con tutti i suoi orrori blasfemi. Va detto tuttavia che durante l’ultima guerra mondiale gli «inviati al fronte» furono tutti militarizzati. Ebbene, ancorché in divisa, Dino Buzzati scrisse corrispondenze invero magistrali. (Ma questo è un altro discorso, non fosse perché di Buzzati ce n’è uno solo). Di più: oggi è in crisi, almeno da noi, in Italia, il mito del giornalista come categoria eletta, neutra, vestale dell’informazione. È in crisi l’identità dell’informazione stessa. E allora il Vecchio Cronista ripete quel che già disse al (valoroso) collega che si sente col braccio legato dietro la schiena. Dissi che bisognerà servirsi del passato (recente) per riconquistare il futuro, cioè il nostro esigente padrone: il lettore. Questo discorso però vale per i «professionisti», ma gli altri, quelli che sognano di diventar giornalisti? Bisognerà tornare all’antico: niente esami paludati ma tanta e poi tanta gavetta. Da «volontario». Ti faranno faticare a spezzaschiena, niente «corte», né vacanze, ma giro degli ospedali, caccia ai disastri, cura dei fatti periferici poiché spesso nascondono «fattacci». È banale dire «ai miei tempi», ma una volta il «volontario», il praticante mangiavano pane e piombo, e le interviste le facevano a tu per tu, non per telefono che le omologa. Suggerisco l’attenta lettura d’un libro senza paragoni. Lo ha firmato un giornalista vero, Ferruccio de Bortoli, si intitola L’informazione che cambia. De Bortoli, che oggi dirige Il Sole-24 Ore, di gavetta ne ha fatta tanta. Il suo libro, severo, aiuta i giovani colleghi a non giuocare l’illusione: non si diventa giornalisti frequentando una delle tante benemerite «università». Non basta il faticato diploma per sentirsi giornalisti. Se non si sta, giorno e notte, al chiodo, si finisce col diventare un (presuntuoso) impiegato della notizia, di quelli che «staccano» quand’è ora. Ognuno ha la sua trincea, e accade che il mestiere del cronista si ponga a volte come metafora della condizione umana. Sicché vien fatto di pensare, ricordando Ilaria Alpi, e Maria Grazia Cutuli, e il solitario Russo e ancora Guido Puletti, Baldoni, tutti armati solo di taccuino e di biro, di cinepresa (Hrovatin), vien fatto di pensare, dico, che c’è «una qualità della morte», e per assurdo la vita della morte. Nel suo Vangelo Giovanni dice: «Chi ama troppo la vita la perderà. Chi non se ne cura la conserverà in eterno». Come a dire, forse, che la vita prosegue nella morte. Ma per chi ha perduto il suo bene più caro la morte è una dura spina.
Igor Man
Igor Man