E’ di queste ore la notizia che la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli ha sequestrato atti ritenuti interessanti in un ente locale del parmense, probabilmente un Comune, si tratta di carte che riguardano l’edilizia. Non a caso nei giorni scorsi il Procuratore di Napoli Lepore ha avuto più di uno scambio telefonico con il collega parmigiano Laguardia.

L’inchiesta a quanto pare lambisce anche la politica locale, ma bisogna attenderne la fine per capirne gli esatti termini. Si tratta del prosieguo di un’inchiesta che ha avuto il suo culmine a giugno, con 27 ordini di carcerazioni e il sequestro di beni 40milioni di euro, che ha scoperchiato il pentolone di contiguità tra la “nostra” Camorra e certi ambienti della Parma bene. Per i tanti parmigiani, e si badi bene non parmensi (loro ci tengono), orgogliosi fino all’estremo della loro parmigianità, avvolti in una sorta di dogma secondo il quale Parma è superiore a tutte le città del mondo e che certe cose chi è intinto di parmigianità non le fa, sarà un problema dover ammettere che anche nelle loro elitè ci sono delle zone grigie legate alla Camorra, quella del clan più sanguinario, il “nostro “ Clan dei Casalesi. Quei criminali che da noi rubano, uccidono, coartano, inquinano e che nell’opulento Nord vanno a riporre e ad investire il bottino di quello che viene sottratto alla nostra gente. Ciò avviene grazie alla complicità di soggetti, che a Parma, si sono fatti reclutare senza il bisogno di dover sparare, rubare e minacciare, gente in giacca e cravatta che ruota intorno al mondo della finanza e dell’industria che permette di ripulire i quattrini sporchi di sangue, dando così linfa vitale all’holding del crimine che ci stritola e poi proprio certi parmigiani ci guardano con la puzza sotto al naso ostentando con noi quella “r” moscia che fa scic. Si badi bene la colonna parmigiana del Clan dei Casalesi non è di ”origine meridionale” come usano i colleghi cronisti parmgiani ma di origine “settentrionale”. Oltre alla truffa della Parmalat (che proprio grazie ai Casalesi si era imposta in Campania a suon di bombe, a danno delle nostre imprese), si è scoperto che a Parma i soldi sporchi si lavano più bianchi, del resto ci sono evidenti congruenze tra questa indagine e quella su Parmalat e Camorra, uno degli arrestati era uno dei principali protagonisti del monopolio voluto dal Clan, ma ci sono anche delle parente interessanti che lasciano pensare. Lo scorso 22 giugno i Carabinieri del Ros hanno eseguito 27 ordinanze di custodia cautelare ed hanno sequestrato beni per 4 milioni e 200mila euro. Si tratta dell’esito di un’indagine della Dda di Napoli che riguarda il sodalizio criminale capeggiato da Michele Zagaria, uno dei latitanti più pericolosi d’Italia che sfugge alla giustizia da oltre dieci anni e che recentemente è stato condannato all’ergastolo nell’ambito del processo Spartacus 1. Alcuni imprenditori parmigiani sono definiti dagli inquirenti “teste di ponte”, ma si parla anche una forte influenza del clan nella politica locale.

Il patrimonio del clan affidato a due imprenditori parmigiani

Interessi imprenditoriali eccezionalmente rilevanti sono emersi anche nel settore mobiliare, settore scelto per il reinvestimento mafioso dei proventi illeciti. In particolare lo Pasquale Zagaria, con fratelli Antonio e Carmine, insieme a Michele Fontana aveva creato una sorta di ponte nella zona di Parma per acquisire immobili di prestigio nell’intera area dell’Italia settentrionale immobili che venivano ristrutturati e poi rivenduti. Punto di riferimento per questa specifica attività di reinvestimento e risultato un noto imprenditore parmense, Aldo Bazzini patrigno della moglie dello Pasquale Zagaria. Bazzini, coadiuvato dal figlio Andrea, aveva creato una società di fatto con lo Zagaria e con gli altri citati esponenti per il reinvestimento degli enormi profitti illeciti dell’organizzazione ed aveva messo, a disposizione i rapporti che il predetto aveva con il sistema. I due Bazzini sono stati raggiunti dall’ordinanza cautelare come pieni e consapevoli partecipi dell’organizzazione mafiosa. Nei confronti dei Bazzini, è stato, altresì, emesso un decreto di sequestro preventivo di numerose società aventi un patrimonio immobiliare tra Emilia Romagna, Lombardia e Toscana, stimato in oltre 40milioni di euro. Aldo Bazzini è stato di recente scarcerato, il figlio Andrea ha patteggiato 2 anni, da un’intercettazione telefonica che da Casapesenna partivano automobili cariche di soldi alla volta di Parma. Entrambi sono stati interrogati per ore dagli inquirenti partenopei, chissà cos’hanno detto, si parla di deposizioni fiume.

Nomi della Parma che conta

Oltre agli indagati raggiunti dall’ordinanza cautelare, risultano sottoposti ad indagine altri soggetti, alcuni dei quali esponenti dell’imprenditoria e/o della finanza parmense; soggetti tutti che sono stati raggiunti da decreto di perquisizione e da un decreto di perquisizione e da un’informazione di garanzia nella quale risultano contestati delitti di riciclaggio e/o di concorso in associazione camorristica, Le perquisizioni hanno fatto acquisire numeroso materiale documentale su cui nei prossimi giorni saranno effettuati tutti i riscontri, sequestri in particolare sono stati eseguiti in un ufficio a Monticelli Terme. Dall’inchiesta emerge che i Bazzini sono collegati da un rapporto di parentela indiretta con Zagaria, guarda caso la coincidenza vuole che si tratti dello stesso Clan che imponeva Parmalat a suon di bombe. I casalesi facevano questo con il Clan dei Moccia, gli stessi alleati presenti anche in questa inchiesta.

Il capannone che interessava a Michele di Casapesenna

“Le attività investigative hanno permesso, in primo luogo di accertare molteplici condotte delittuose espressamente mafiose ed in particolare, estorsioni, incendi, cessioni di armi. E’ emerso che il sodalizio mafioso di cui si sta discutendo ha, ad esempio, provveduto ad incendiare un capannone ed un fienile di un’importante azienda agricolo- casearia del casertano al fine di ottenere il pagamento di un’estorsione, così come è emerso che il medesimo gruppo camorristico si è intromesso nell’aggiudicazione di un capannone a seguito di un’asta fallimentare facendo ritirare i possibili interessati in modo che l’immobile fosse acquistato da un prestanome del clan, pure raggiunto dall’ordinanza di custodia cautelare. La vicenda in questione è apparsa assolutamente sintomatica dell’enorme capacità di controllo del territorio e del terrore che ingenera nei confronti delle vittime; il concorrente per l’aggiudicazione del capannone è stato convinto a ritirarsi senza che nei suoi confronti venisse effettuata alcuna esplicita minaccia ma soltanto riferendogli che all’affare era interessato “Michele di Casapesenna”. Sul terreno su cui insisteva il capannone che è stato acquistato dal citato prestanome è stata poi costruita una palazzina di 4 piani in fase di ultimazione, immobile del valore di almeno un milione di euro nei confronti del quale è stato emesso un decreto di sequestro preventivo. Un altro episodio che è emerso in modo in equivoco dalle investigazioni del Ros riguarda la significativa e rilevante disponibilità di armi; in particolare i carabinieri sono riusciti a mezzo di una sofisticata mini telecamera a riprendere in diretta uno scambio di armi – più pistole e fucili perfettamente funzionanti e sottoposti anche ad una prova della loro efficienza in “diretta” – che avveniva in quello che era il principale luogo di ritrovo degli esponenti del sodalizio e cioè un deposito sito in Villa Literno e gestito direttamente da Zagaria Pasquale, fratello di Michele, e da colui che è apparso il vero alter ego di Zagaria e cioè Fontana Michele. Ad entrambi gli indagati è stata contestata la fattispecie del ruolo direttivo ed organizzativo dell’associazione mafiosa” I rapporti con le istituzioni, l’alleanza con i Moccia, il ruolo di Immacolata Capone, i lavori pubblici L’aspetto, però, certamente più significativo e rilevante della indagine riguarda l’eccezionale capacità del gruppo camorristico di inserirsi, in modo sistematico e costante, nel settore dei lavori pubblici. L’organizzazione era, infatti, in grado di monitorare costantemente opere di maggiore rilevanza del territorio, intervenendo nella loro esecuzione con una fitta rete di società intestate a persone apparentemente estranee al sodalizio ma in realtà controllate in modo diretto o indiretto dal già citato duo Michele Fontana e Pasquale Zagaria. L’infiltrazione nel settore delle opere pubbliche è risultata, come si dirà. Favorita anche da rapporti collusivi con esponenti di rilievo dell’imprenditoria e dell’amministrazione pubblica ed ha abbracciato diversificati ambiti d’intervento, spaziando al controllo delle imprese deputate alla produzione e fornitura dei materiali e dei servizi a quello della partecipazione diretta ai lavori pubblici attraverso il sistema dei subappalti. Pedina fondamentale dell’organizzazione era anche risultata una donna imprenditrice Immacolata Capone, persona che era già considerata collegata ad un altro clan camorristico campano particolarmente attivo nel settore dei lavori pubblici e cioè quello dei Moccia di Afragola. La Capone, infatti, era la moglie di Salierno Giorgio, soggetto già arrestato e condannato per appartenenza al clan camorristico dei Moccia. Le indagini dei carabinieri – che hanno effettuato anche un approfondito screening di tutte le società operanti nell’orbita della predetta imprenditrice, società già sottoposte nei mesi scorsi a perquisizioni e sequestri di materiale contabile amministrativo – hanno reso manifesto che intorno alla Capone ruotava il sistema societario con cui gli indagati si erano infiltrati direttamente nel circuito produttivo e in particolari in due grossi appalti pubblici e cioè nei lavori di ampliamento e ammodernamento della ferrovia Alifana e nella realizzazione del centro Radio della Nato di Giugliano – Licola. La Capone ha rappresentato per il sodalizio Zagaria anche un importantissimo punto di riferimento per tutta una serie di rapporti che la predetta vantava con personaggi del mondo, imprenditoriale, istituzionale e politico-amministrativo; attraverso proprio la Capone il medesimo Pasquale Zagaria, accompagnato dal solito Michele Fontana, ha avuto almeno un incontro che rivestiva un incarico pubblico – soggetto quest’ultimo indagato a “piede libero” per concorso esterno in associazione mafiosa proprio per queste vicende – all’interno di un ufficio pubblico incontro nel corso del quale si è discusso dei subappalti della ferrovia Alifana e dell’interessamento da effettuarsi presso la Prefettura per far ottenere alla Capone la certificazione antimafia. La eccezionale fiducia che il clan riponeva nella Capone è dimostrata dal fatto che la predetta è riuscita ad incontrare il latitante Michele Zagaria, accompagnata da Fontana Michele, nella medesima zona di Casapesenna sll’interno di una villa superblindata. L’incontro – che era stato preceduto da eccezionali cautele per evitare che la Capone potesse capire la località precisa – aveva rappresentato l’investitura al più alto livello della Capone come imprenditrice di riferimento del sodalizio. Il rilevante ruolo della Capone veniva, tuttavia, meno con la sua uccisione, avvenuta a Sant’Antimo il 17 marzo del 2004, uccisione effettuata con modalità chiaramente camorristiche, pochi mesi dopo quella del citato marito Giorgio Salierno, episodi ancora da approfondire, ma che potrebbero essere inquadrati in una possibile conflittualità tra il gruppo casalese facente capo a Zagaria e Moccia, per la spartizione dei consistenti flussi finanziari destinati ai lavori. L’attività investigativa ha anche documentato come la struttura criminale oltre all’affidamento diretto alle imprese della Capone si sia infiltrata nelle due citate opere pubbliche ed in altre, anche attraverso altre modalità e cioè con l’imposizione alle imprese subappaltatrici delle forniture e dei servizi, mediante l’inserimento di ditte operanti nella produzione del calcestruzzo dei conglomerati bituminosi e nei trasporti degli inerti. L’esautoramento delle società subappaltatrice alla quale veniva corrisposto esclusivamente l’originario ribasso pattuito con l’impresa appaltante; l’esecuzione delle opere in difformità di quanto contemplato dal capitolato d’appalto, stornando rilevanti somme di danaro a favore dell’organizzazione camorristica; il pagamento, da parte delle ditte partecipanti alla realizzazione delle opere di somme variabili tra il 6 e il 10% dell’importo complessivo dei lavori eseguiti”

Il controllo del clan sul Comune di Casapesenna

Le indagini, infine, hanno reso manifesto il controllo totale delle attività politiche, risulta documentato da numerosi elementi l’intervento nelle consultazioni elettorali del Comune di Casapesenna, comune centro di principale interesse del sodalizio, per inserire propri referenti all’interno dell’amministrazione. Colonnello dell’aeronautica agli arresti domiciliari

Nell’ambito dell’indagine in questione è merso anche un episodio concessivo ascritto ad un colonnello dell’Aeronautica militare, già in servizio presso la struttura Nato di Napoli, ed indipendente rispetto al contesto mafioso in cui operavano gli altri indagati. Il predetto ufficiale col. Giancano Cesare, all’epoca dei fatti svolgeva la funzione di rappresentante del Ministero della Difesa per i lavori in corso presso la base Nato e richiedeva in più occasioni donativi vari alla Capone Immacolata, uno scooter e due forniture di gomme, per evitare controlli e per non porre intralci all’attività. Nei confronti dell’ufficiale è stata emessa l’ordinanza degli arresti domiciliari.

I nomi degli arrestati in giugno sono: Vincenzo Abbate, Pietro Allocco, Michele Barone, Aldo Bazzini, Andrea Bazzini, Filippo Capaldo (già detenuto), Raffaele Capaldo, Massimiliano Caterino, Giuseppe della Corte, Salvatore della Corte, Giuseppe di Matteo, Aniello Diana, Michele Fontana, Pasquale Fontana(62), Pasquale Fontana (70), Biagio Ianlario, Salvatore Nobis (già detenuto), Aniello Pellegrino, Antonio Santamaria, Antonio Zagaria, Cesare Giancane (domiciliari). Altri 5 sono latitanti.

Nella foto sopra Michele Zagaria

(Altri dettagli di questa inchiesta sono stati già pubblicati il 23 giugno ed in date successive)

Salvatore Pizzo