E’ uscito da poco “Un’odissea partigiana” (Feltrinelli), un libro che racconta uno spaccato tragico della storia italiana che è “passato” anche dal manicomio di Aversa. Alla fine del secondo conflitto mondiale la magistratura italiana ha processato centinaia di ex partigiani, accusati di gravi reati commessi durante la lotta clandestina e nell’immediato dopoguerra,

molti erano ritenuti colpevoli di aver compiuto atti di “giustizia sommaria” contro persone sospettate di spionaggio o in qualche modo legate al fascismo. Per diverse decine di imputati la strategia difensiva – impostata da Lelio Basso, Umberto Terracini e da altri avvocati di sinistra – puntava a mitigare le pene mediante il riconoscimento della seminfermità mentale.

Quando poi, dall’estate del 1946 ci fu l’amnistia promossa da Palmiro Togliatti nè beneficiarono tutti, ex partigiani ed ex fascisti, ma la legge escludeva la detenzione manicomiale. Questo creò dei drammi, persone sane a seguito della lunga detenzione nelle “case dei folli” si ammalarono. All’esterno le famiglie, i comitati di solidarietà democratica e singoli militanti cercarono di mantenere i rapporti con i parenti o i compagni di militanza politica. Il magistrato aversano Nicola Graziano e lo studioso Mimmo Franzinelli in “Un’odissea partigiana” hanno fatto tornare finalmente alla luce documenti inediti custoditi all’opg di Aversa, che rivelano oscure vicende della lotta di liberazione e della guerra civile coperte dal velo dell’oblio, si ripercorrono problematici itinerari individuali dentro le carceri e i manicomi nell’Italia della Guerra fredda. Molti dei partigiani internati furono aiutati dal giovane attivista comunista Angelo Jacazzi (poi deputato, recentemente scomparso) che si interessò delle vicende di quegli internati insieme ad un allora giovane militante comunista Giorgio Napolitano. Quella dei partigiani in manicomio era rimasta una pagina sconosciuta della storia italiana nel secondo dopoguerra, fino a oggi, come il caso di Giuseppe Giusto liberato dopo aver incontrato Aldo Moro che visitò il manicomio “Filippo Saporito”.

 

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