carron julian

 

Egregio Presidente,
ho letto il suo pensiero espresso al direttore del Corriere della Sera il 23/12 ultimo scorso, di cui ha voluto rendere partecipi i lettori, e mi perdoni se il tono delle parole che userò, potrà apparirle polemico, ma che – le assicuro – è scevro da ogni sterile contraddittorio e vuole essere, invece, un confronto dialettico nato dagli spunti di riflessione che mi hanno offerto le Sue parole. Il primo me lo ha offerto il titolo: “Il Natale dei credenti, gesti di umanità che muovono il cuore”.
Io sono cattolica, ma penso che, se non è possibile professarsi credenti se non si è capaci di gesti di umanità, si possono – invece – compiere atti di profonda umanità senza necessariamente identificarsi in un credo religioso.
Le grandi preoccupazioni, quelle che minano la serenità dei pensieri e che tolgono il sonno, le sofferenze che lentamente uccidono, pesano di meno se si condividono con chi sa che il sangue e le lacrime degli altri sono amari e preziosi quanto i propri. Con chi sa quanto è prezioso il sorriso donato ad uno sconosciuto ed il valore del silenzio condiviso. Con chi vive sulla propria pelle, fin nel proprio midollo, il vero significato della parola “compassione”.
Se ci riferissimo al significato puro di questa parola (cum patior, essere con l’altro nel soffrire), se evitassimo la fatica di usarne altre, troppe, inutili e ridondanti, e se ci soffermassimo ed impegnassimo a tradurre in azioni il suo significato, se ci attenessimo al postulato di Wittgenstein “le parole sono fatti”, sbaglieremmo meno e riusciremmo a fare di più.

Quanto è pregna di significato la Sua citazione del Deuteronomio “Amate il forestiero perché anche voi foste forestieri in terra d’Egitto”, quanto insegnamento in un messaggio così breve, tanto più efficace perché riflesso nell’esperienza, e che peccato ricordarsi della carità, della compassione, della comprensione e della condivisione solo a Natale! E per di più, come Lei ci invita a riflettere, che peccato che il Natale si stia riducendo ad una sterile celebrazione di un rito formale sempre più pagano e sempre meno esultanza di cuori!
NASCITA E RINASCITA dovrebbero essere, per un cristiano, ogni giorno.

Il “come stai?” chiesto al bulgaro, il chiamare per nome il profugo pachistano, la gentilezza alla quale esorta Papa Francesco, non sono solo graziose parole, ma atteggiamenti morali e culturali che vanno coltivati e restaurati.
Sono atti di amore e di prossimità che vanno al di là delle semplici parole, sono “gocce di splendore” che possono squarciare le tenebre di un animo ferito, smarrito, derubato della speranza; sono parole, sono fatti, piccoli e semplici, che rifulgono più di mille soli; non hanno bisogno di paramenti, cattedre, titoli che precedono nomi e cognomi, bandiere, non si imparano in nessuna scuola né sono merce rara, sono a disposizione di chiunque, sono nelle mani nude, nello sguardo limpido e nelle parole semplici che Lei riporta virgolettate nel Suo pensiero.

Le parole, appunto. Quanto potere costruttivo… le “parole sono fatti”. E quanta forza distruttiva… le parole sono pietre, proiettili che armano la bocca di persone “leggere” che le usano, amplificando e distorcendo la rappresentazione dei fatti, per interpretare la realtà a seconda dei suggerimenti che vengono dal loro animo malato di insoddisfazioni, insuccessi o, peggio, malato di invidia.

Parole che, passando di bocca in bocca, si accrescono, di volta in volta, con la fantasia di chi le racconta, creando scenari estremamente diversi dalla realtà.

Io sono stata mirata e attinta da proiettili come questi, che mi hanno ferita con ferite che hanno avuto e stanno avendo conseguenze sulla vita mia e della mia famiglia, proiettili che non hanno provocato un’emorragia rosso sangue, ma la perdita della pubblica stima, del mio lavoro che avevo costruito e mi ero guadagnata con fatica, impegno e dedizione, la perdita del sonno vinto dalle preoccupazioni per i problemi che mi trovo ora ad affrontare, la perdita della presunzione di innocenza che i giudici dei tribunali mi avevano accordato e che un uomo, potente, non ha voluto riconoscere, temendo il giudizio del popolo stolto, un uomo che ha dimenticato o rinnegato i valori di comunione e liberazione nei quali si vanta di identificarsi e che si vanta di sostenere.
Questo mi è accaduto in un paese delle colline parmensi, che mi hanno vista “straniera in terra straniera”, dove la voce dei buoni è rimasta un timido sussurro e quella dei cattivi e dei potenti continua a sparare proiettili che ciecamente stanno uccidendo la mia anima e la mia vita.
Errabonda da Traversetolo (Parma)

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