Gelmini rispondendo ad un’interrogazione parlamentare paventa un piano di assunzioni,
i docenti iniziano ad essere riconsiderati. Ecco il testo
Registro positivamente la disponibilità del collega a ragionare su questo tema in modo pacato e costruttivo, sapendo che è un tema annoso, che non si origina con l’inizio di questa legislatura o con l’insediamento di questo Governo, ma purtroppo il tema del precariato oramai dura da decenni ed evidentemente abbiamo il compito di tentare di risolverlo pur fra mille difficoltà e, qualche volta, anche avendo di fronte pronunce del TAR piuttosto che del Consiglio di Stato non sempre univoche e coerenti. Infatti, nel percorso di risoluzione di un precariato così ampio e presente nel nostro Paese, spesse volte pronunce contraddittorie e indirizzi giurisprudenziali differenti non hanno agevolato il compito.
La questione posta dagli onorevoli interpellanti trae origine da una recente pronuncia del tribunale di Genova, con la quale è stato accolto il ricorso presentato da quindici insegnanti a tempo determinato, sulla base di un presunto mancato rispetto da parte del Ministero, nella gestione dei rapporti di lavoro a tempo determinato del personale della scuola, della direttiva comunitaria e dell’allegato accordo quadro sui contratti a tempo determinato. La direttiva e l’accordo allegato hanno fissato i principi generali su
tali contratti per assicurarne un uso accettabile e per garantire la parità di trattamento tra lavoratori a tempo determinato ed a tempo indeterminato. In attuazione della direttiva, è stato però poi emanato il decreto legislativo n. 368 del 2001, la cui disciplina non è riferibile al personale della scuola, i cui rapporti di lavoro a tempo determinato trovano una specifica e dettagliata regolamentazione nel decreto legislativo n. 297 del 1994, come poi modificato dalla legge n. 124 del 1999, oltre che apposita disciplina nei contratti collettivi nazionali di lavoro di comparto e nei regolamenti ministeriali per le supplenze, attualmente vigenti. Del resto, il rapporto di lavoro tra il supplente e la scuola ha caratteristiche del tutto peculiari, tali da giustificare e, a mio modo di vedere, da rendere necessaria la previsione di una specifica normativa. Infatti, come anche puntualizzato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri nella circolare n. 3 del 2008, il regime specifico delle supplenze nel settore della scuola si caratterizza quale disciplina separata e speciale nell’ambito dei rapporti di lavoro a tempo determinato, in ragione della necessità di garantire, attraverso la continuità didattica, il diritto costituzionale all’educazione, all’istruzione e allo studio e, quindi, la costante erogazione del servizio scolastico ed educativo. Conseguentemente, l’articolo 4 della legge n. 124 del 1999 ha disciplinato le supplenze per le scuole statali, rimettendo ad apposito regolamento le norme di dettaglio relative ai contratti di lavoro a tempo determinato per lo svolgimento delle supplenze, tutte le volte in cui non sia possibile ricorrere ai docenti di ruolo. Nella scuola, come è noto, la copertura dei posti vacanti è assicurata in via prioritaria con le immissioni in ruolo dei vincitori di concorso e degli iscritti nelle graduatorie ad esaurimento, mentre il ricorso alle supplenze ha natura residuale ed obbligatoria, in quanto non deriva da una scelta discrezionale dell’amministrazione, ma da esigenze obiettive, legate al rispetto della normativa vigente, anche di natura finanziaria, che configura il ricorso alla supplenza quale ordinario strumento contrattuale per la sostituzione di personale di ruolo assente o per la copertura di posti ai quali non sia stato assegnato personale di ruolo. Dobbiamo anche sottolineare che il pronunciamento del tribunale di Genova non è un pronunciamento consolidato e da tutti gli altri tribunali condiviso. Sono state infatti emanate molte pronunce che hanno fatto meno clamore, ma che sono numericamente superiori, che hanno evidenziato un parere favorevole all’amministrazione. Mi riferisco ai casi di Viterbo, di Venezia e di Perugia, che ella certamente non ignorerà. In tale prospettiva, è ovvia la proposizione dell’appello contro la sentenza di Genova, segnalando peraltro che la questione è già approdata in Cassazione su appello proposto dall’Avvocatura generale, in relazione ad altri ricorsi non ancora definiti. Quindi, capite come avere di fronte indirizzi giurisprudenziali su un tema così delicato assolutamente contraddittori evidentemente rende più difficile il percorso. Devo dire che, però, al netto delle polemiche politiche, che in questa fase e in questo momento credo poco importano, l’impegno da parte del Governo per alleggerire la condizione del precariato si è verificato e si può registrare in molte direzioni.
Innanzitutto, con la riforma del regolamento sulla formazione iniziale, che ha posto un tetto agli ingressi maggiorato del 30 per cento rispetto al fabbisogno di occupazione all’interno della scuola. Lo abbiamo fatto per non creare, ancora una volta, illusioni circa un’illimitata capacità della scuola di assorbire posti di lavoro; illusione che, come oggi verifichiamo rispetto a scelte del passato, si traduce poi in una cocente delusione, oltre che in una frustrazione in coloro che per anni affrontano un percorso di studi senza poi accedere ad uno sbocco professionale.
Quindi, il blocco degli ingressi e l’introduzione di una programmazione nella pianificazione della pianta organica sono, credo, un’assunzione di responsabilità importante. Ma ricordo anche le immissioni in ruolo che comunque il Governo ha garantito, non in una misura uguale al
passato, ma, per onestà intellettuale e per un’analisi serena e oggettiva delle cose, dobbiamo ricordare che anche il precedente Governo aveva proceduto ad una programmazione di tagli di 45 mila posti.
Questo taglio poi non si era verificato, ma comunque, onorevole Russo, era scattata la clausola di salvaguardia e quel mancato taglio si è tradotto in un taglio sulle spese di funzionamento, a significare che cambiano i Governi e cambiano le maggioranze, ma i conti con il bilancio li dobbiamo sempre fare. La proposta è quella di prorogare gli accordi con le regioni, perché al riguardo abbiamo già trovato una modalità di soluzione negli anni passati, non sufficiente, ma certamente importante, quanto meno per diminuire la situazione del precariato e il numero di coloro che non trovavano lavoro dentro la scuola.
Dobbiamo parlare anche con il sindacato e avere il coraggio di fare una previsione precisa dei futuri posti che si libereranno nella scuola: non sono infiniti. Il danno di questi pronunciamenti è che ingenerano la falsa convinzione che vi sia un Governo cattivo che non vuole assumere i precari, quando la scuola sarebbe in grado di assumere chiunque. Così non è! Questa è una grande bugia. Credo che, responsabilmente e insieme con il sindacato e con tutte le forze politiche presenti in questo Parlamento, dovremo certamente accelerare le immissioni in ruolo possibili; su questo, vi è già un tavolo di confronto con il Ministero dell’economia e delle finanze.
Il piano di assunzione dei precari va avanti, non si interrompe. Anticiperemo il numero delle immissioni in ruolo che saremo in grado di fare per il prossimo anno. Dovremo, con norma, prorogare gli accordi con le regioni per assumere i precari, per incrementare l’offerta formativa, per fare i corsi di recupero, per migliorare il servizio scolastico. La modifica del regolamento sulla formazione è un altro elemento fondamentale, ma, certo, sentenze e pronunciamenti come quello di Genova non ci aiutano. Credo che la politica commetterebbe un grave errore se strumentalizzasse e cavalcasse il contenzioso per dare speranze illimitate che poi non sarebbe in grado di mantenere.
Onorevole Russo, torno al tavolo, alla disponibilità, alla richiesta che, con lei, molti parlamentari mi rivolgono di un momento di confronto su questo tema. Da parte mia vi è la massima disponibilità a collaborare e a condividere le decisioni, ma non lasciamo i destini della scuola appesi a questo o a quel pronunciamento del TAR, perché penso che questo non sia utile, penso che non farebbe chiarezza e penso che alimenteremmo speranze vane.
Utilizziamo tutti gli spazi che vi sono per assumere il numero di precari che la scuola è in grado di poter garantire e di cui ha bisogno, ma evitiamo di utilizzare questo pronunciamento ancora una volta, lo ribadisco, per alimentare aspettative che non vi possono essere. Anche perché – lo ha detto nel suo intervento – se tutti i precari dovessero fare richiesta e avessero diritto ad un risarcimento di questa natura, non so quante leggi finanziarie sarebbero necessarie per garantire queste risorse.
Credo sia opportuno un confronto su questo tema ed è indispensabile, poi, valutare, anche sul piano normativo, quali saranno i provvedimenti e le norme da introdurre quanto prima.
Però, insomma, non cavalchiamo un tema così delicato che renderebbe difficile anche la coesione sociale e non migliorerebbe il clima nella scuola.