L’opera del compositore aversano diretta da Riccardo Muti

Dopo il Ritorno di Don Calandrino di Domenico Cimarosa e la Demoofonte di Niccolò Jommelli, il maestro Riccardo Muti anche quest’anno al Ravenna Festival ha omaggiato uno dei augusti rappresentanti del nostro settecento musicale, che influenzò tra gli altri compositori del calibro di Mozart. Riccardo Muti quest’anno ha diretto i giovani dell’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini nella Betulia Liberata di Jommelli, eseguita nella XXI edizione della festival ravennate nella suggestiva cornice di Sant’Apollinare in Classe. Ovviamente nella terra natia di Cimarosa e Jommelli, entrambi di Aversa, tutto ciò sembra un fatto non esistente….


lunedì 5 luglio,
ore 21 – Sant’Apollinare in Classe
Betulia liberata
Oratorio per 4 voci, coro e strumenti
libretto di
Pietro Metastasio
musica di
Niccolò Jommelli
(Ut Orpheus Edizioni, Bologna)
Riccardo Muti direttore

Giuditta Laura Polverelli
Ozia
Terry Wey
Carmi
Dimitri Korchak
Achior
Vito Priante

Orchestra Giovanile Luigi Cherubini
Vienna Philharmonia Choir

maestro del coro
Walter Zeh

Nel 1743 Niccolò Jommelli calca le scene operistiche ormai da sei anni, e si appresta a comporre per Padova il primo dei quattro Demofoonte metastasiani che lo accompagneranno per la vita. L’anno prima, sempre col Metastasio, Jommelli si era cimentato per la prima volta col genere oratoriale intonando a Venezia Isacco figura del Redentore. e al Metastasio Jommelli ritorna nel 1743, ancora a Venezia, con una Betulia liberata ancor fresca di gioventù (dal 1734 era stata messa in musica appena tre volte). Il compositore non aveva ancora trent’anni, e il suo fervore metastasiano non dev’essere passato inosservato agli occhi di un caposcuola come Johann Adolf Hasse: grazie alla sua raccomandazione, attorno al 1743 Jommelli diviene maestro di cappella nel celebre Ospedale veneziano degli Incurabili.
 
 
 
 
 
Accade una sera d’estate, a Ravenna, sotto il verde abbagliante del mosaico absidale di Sant’Apollinare in Classe, di scoprire un oratorio barocco e il suo compositore. Diamone merito all’ottima programmazione del Ravenna Festival.
E ora entriamo nel merito e parliamo della Betulia liberata di Niccolò Jommelli (1743), senza dubbio, insieme all’azione sacra di Mozart, la più importante fra le trenta intonazioni che conobbe l’illustre testo di Pietro Metastasio. Jommelli (1714-74), nativo, come Domenico Cimarosa, dell’antica città normanno-campana di Aversa, divenne celebre operista alla corte del duca Carlo Eugenio del Württemberg, mecenate dalle mani bucate (che tempi!) che gli mise a disposizione una delle migliori orchestre del tempo. Ma già nel decennio precedente, quando lavorava a Venezia (periodo a cui risale la Betulia), Jommelli dimostra che nel trattamento dell’orchestra e nell’invenzione di simboli e figure strumentali era compositore di punta. A contatto con effetti di crescendo e contrasti dinamici dell’orchestra, la voce umana viene trattata con analogo splendore. A tutti e quattro i solisti dell’oratorio non sono risparmiate agilità e figurazioni nervose, salti di registro e tessiture enormi. Incastonate fra le numerose arie brillanti, risaltano maggiormente i momenti teneri, come la supplica di Ozìa e del coro «Pietà, se irato sei» che si eleva – ed è tutto dire – sull’analogo momento mozartiano, perché Jommelli è nato dove il calore del sole riscaldala terra e chi vi nasce. Superba è la riuscita (alla fine della seconda parte) dell’aria del basso («Te solo adoro»), perché l’autore fa coincidere la conversione alla fede ebraica di Achior con un contrappunto fugato, severo e intenso, che ci riporta alla più nobile musica sacra della scuola napoletana. Del pari importante è il lungo recitativo – aurato dalla magia degli archi con sordina – in cui Giuditta narra la cruenta decollazione del nemico Oloferne.
E per venire ai giorni nostri ritorna utile l’antico adagio: non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Figuriamoci il sole ardente del Medio-Oriente. Non sappiamo se ringraziare di più il maestro Muti per le sue superbe doti di esecutore o per il quantomeno meritorio impegno nel rivelarci i tesori celati in quell’isola del tesoro che si chiama Scuola Napoletana. Comunque, grazie Maestro. Nelle sue mani gli interpreti – Laura Polverelli, Antonio Giovannini, Dmitri Korchak, Vito Priante, i giovani dell’Orchestra Cherubini e il coro Philharmonia di Vienna – meritano tutti il nostro plauso per l’impegno e il risultato conseguito, rispettando uno stile colmo di difficoltà tecniche e musicali.
Per quanto ci riguarda una splendida esperienza che ci auguriamo possa ripetersi in queste sedi, dove ormai è dato fare incontri di alta godibilità musicale.

 

Di sp