Una iettatura che permane anche nelle menti più illuminate è la malasanità, vissuta come una nostra condizione inesorabilea cui tutti sembriamo tutti così rassegnati ad accettarla come un destino infame, contro il quale potrebbe solo il buon Dio, quando proprio da questo sembra venirci assegnata a prova di paradiso.

Chi ha la sciagura di imbattersi in una di quelle strutture infernali sente già tutto contrito il suo castigo, sia per i supplizi che deve patire che per il distacco dalla vita che si fa sempre più ossessivo. Non fa paura la malattia in sé, per il dolore provocato e accentuato, che ispira sentimenti di separazione e di contrasto da tutto ciò che è il nostro quotidiano, quanto quel senso d’abbandono che viene inflitto come un’azione punitiva per un potere che non è stato dato da nessuno mai e a chicchessia. Nonostante  tutte le teorie acquisite di benessere e di progresso, con psicanalisi e senza, teoria del dolore e diritto del malato, si perpetra, per negligenza, per incompetenza o per quale altra pratica sadica, l’intento di rendere la degenza nei reparti d’ospedale quanto più disagevole sia possibile, ignorando quell’empatia che deve far parte del bagaglio culturale di ogni individuo che voglia dirsi sociale e che non dovrebbe causare agli altri quello che non vorrebbe fosse fatto a sé stesso .

Sorprende, perciò, che il personale, preparato e addetto ad accogliere una così vasta e variegata umanità, sia completamente a digiuno delle regole basilari dell’ospitalità, garbo e disponibilità, che sono a garanzia dei principi curativi, morali e religiosi che distinguono una società progredita nelle leggi e nelle pratiche della conoscenza. Anzi,questo in particolare non cerca neppure di nascondere verso i suoi ospiti una certa insofferenza, mitigata molto spesso da indifferenza, che sarebbe addirittura augurabile di fronte a tante usanze di malcostume, maltrattamenti e cattive maniere.

Va da sé, come scontata, che una siffatta utenza, bisognosa di cure e di assistenza, è materia necessaria alla sussistenza produttiva di un qualsiasi nosocomio, che così dir si voglia, dal momento in cui certe peculiarità di disagio e di tribolazione assicurano, nel termine crudo della parola, lavoro e impegno esistenziale a tutto il personale ospedaliero, dai medici agli infermieri, dagli inservienti aquello di pulizia, per non parlare dei vari fornitori e di chi si impegna in prestazioni occasionali che a vario titolo, anche sottopagati ed in nero, gravitano intorno a tutto questo universo operativo.

  E poco male,si potrebbe dire, dal momento in cui ogni struttura sanitaria è stata convertita in azienda, immaginando che debba perseguire gli stessi obiettivi e finalità di una qualsiasi impresa che abbia a cuore lo scopo di un profitto. Qualsiasi ditta, d’altra parte, si impone, per esistere,l’imperativo di soddisfare al meglio la sua clientela, fa pubblicità della qualità dei suoi prodotti, dichiara quasi guerra alla concorrenza, per garantirsi un numero sempre più elevato di clienti, cercando di proporsi anche migliore di quanto possa essere.

Nei reparti di medicina, invece, manca in genere l’idea del prodotto finale, che consiste nel sanare chiunque richieda l’intervento per risolvere un suo malessere, che è quello di stare bene, accettando di consegnarsi, anima e corpo, nelle mani di quanti si ritengono addetti allo scopo, che devono rimuovere e non aggravare o far pesare un disagio che può dare un altro problema di salute, fosse anche una linea di febbre. L’assistenza, già nella stessa parola, implic auna pretesa fuori dell’ordinario, sia nei casi di infezioni come di interventi chirurgici, di cura del dolore o di stati particolari, fossero pure di paranoia.

Si consideri, ora, un reparto traumatologico, ad esempio, che pure passa per essere uno dei più efficienti della struttura sanitaria locale e, a detta di molti, una delle poche unità, se non l’unica, che sia in regola con una certa etica professionale, dove per una ineluttabile vicenda personale si è diventati testimoni involontari delle regolarità e irregolarità di certe pessime condotte. In tal caso, forse si è smarrito il senso della qualità, avendo come riferimento dei valori che tendono decisamente al basso, poiché se una certa esperienza suggerisce che due è pure migliore di uno ma non sarà mai di tre né tantomeno di quattro.

Un sentimento di provvisorietà esistenziale qui impazza e prende con angoscia specialmente tutte le persone di una certa età che vi sono ricoverate, abbandonate dalla speranza di guarire ma anche scoraggiate dalla rinuncia che si intuisce da tutti quegli scarsi tentativi  del personale preposto che, in una situazione tanto drammatica come può essere una rottura del femore, vengono notati e fanno pesare al paziente in un’assenza evidente da rassegnazione mortale.

Salopette colorate, però, che dovrebbero dare più idea di vivacità e ottimismo, girano tanto indisturbate quanto all’apparenza incontrate lì per caso, come degli ignari del luogo, a cui infelicemente si chiedono informazioni, così come a Napoli ad uno con gli occhi a mandorla si ha la sconsolata idea di chiedere una certa via dei tali. Sarebbe anche possibile d’essere fortunati se si incappasse in un turista giapponese e, certamente, in grado anche di accompagnarci ma per la legge della probabilità diventerebbe incalcolabile la percentuale di avere una indicazione soddisfacente e nel più breve tempo possibile di ricerca.

Ma quelli del personale paramedico o medico quando vanno e vengono danno lo sconcerto a chi li osserva, dal momento che non hanno niente per poter essere identificati, cartellino con nome e cognome e professione, mancando di favorire  un contatto funzionale a seconda del caso, se insistere o meno per ottenere una informazione adeguata e nell’immediato.

Nelle loro divise a colori, dai linguaggi incomprensibilmente cifrati, ricordano i nipoti di Paperino, Qui Quo Qua, mostrando la stessa difficoltà di poter essere individuati nella specificità delle loro mansioni e della loro ragion d’essere per motivare la loro presenza nel contesto, anche con un pensiero espresso in una nuvoletta di un loro fumetto.

Con le divise differentemente tinte, sono uguali tra loro come potrebbero i diavoletti impegnati nell’inferno del nostro catechismo, diversi solo a seconda delle maniere e dell’accanimento che mettono nel rendere meno agevole la degenza, proprio come i colleghi più classici, preposti alla tortura e alla esecuzione della pena. Quelli, i diavoli, se non altro, avranno una natura molto ben predisposta a compiere la loro mansione, eccedendo forse e finanche in eccellenza e troppo zelo, a differenza di questi poveri diavoli terreni che farebbero volentieri a meno di tanta abbondanza e superfluo, proprio quando, in un momento di crisi come il nostro, la scarsità della materia prima procura incubi da paura, per l’eventualità di perdere il proprio lavoro. Senza dubbio, si fanno forti sul vantaggio di essere dipendenti pubblici e contano sul fato e sulla necessità che sempre vanno a braccetto a procurare guai e sofferenze, quelle che sembrano essere inevitabili purtroppo al genere umano e al ricovero ospedaliero, dove anche se fosse un inferno ci aspetteremmo degli operatori senz’altro più operosi e più competenti.

Hanno guance dipinte a sbuffo all’insegna di un perenne malumore e della continua insofferenza, che nel mondo animale sono segnali ben codificati, da mettere in allarme qualsiasi malintenzionato, fosse pure che avesse il proposito di instaurare una simbiosi. Per questo, bisogna animarsi di coraggio e di faccia tosta per  avvistarli in un caso di emergenza, in quella promiscuità di ruoli che si scambiano per compiacersi, nel proposito di attuare ad arte un accordo di alleanza contro il nemico comune, che individuano in tutti quelli che non accettano la crudeltà della sofferenza e la ineluttabilità della malattia. Anzi, si sentono perfino disturbati  in un loro equilibrio, che hanno raggiunto a malapena e con estenuanti compromessi al momento di accettare quel lavoro che dà frustrazione e che suscita un ripiego, non appropriato alle proprie capacità e ambizioni ma che hanno dovuto adattare ad un loro stile, con quegli espedienti e surrogati che praticano sistematicamente  durante l’orario di lavoro e durante le prolungate  pause, al fine di evitare ogni animosità con sé stessi e con i colleghi di comparto . 

E passi pure tanta dubbia solidarietà per coloro che, non trovando lavoro in altri sbocchi, sono stati costretti ad abbracciare, anche se a mala voglia, un lavoro considerato il più umile nella gerarchia del reparto, quando anche quello di infermiere, ausiliario, operatori socio sanitari, portantino, inserviente e addetto alle pulizie, è del tutto onorevole se fatto con dignità e consapevolezza, nonostante sia risultato quello a loro più immediatamente fattibile, in base al livello d’istruzione, integrato da un corso professionale di pochi mesi. La stessa comprensione, invece, non si può estendere a chi ha studiato e si è specializzato in uno specifico settore per approfondire le problematiche di una malattia e sviluppare conoscenze  per curare e portare a guarigione tutti coloro che ne sono colpiti, limitandosi al momento di degenza solo come propedeutico a quello finale, che è chirurgico, come il solo che possa suscitare un interesse per tener fede al budget di reparto concordato  e che può determinare il successo del primario e dei suoi assistenti, dedicando ad altri aspetti  della malattia un disinteresse e una disumanità che travolge ogni precetto deontologico.

Quelli più significativi, per abbigliamento,  per una loro diversa competenza, un giorno si sono presentati più volte,in uno stesso momento, in un giro di consulto eccezionale, doppiandosi e superandosi in presunzione, al fine di risolvere uno stesso caso di emergenza, che risultava essere una fuoriuscita di acqua e sangue dall’ago di una flebo, introdotto in una mano di una paziente, anziana e sofferente. Un inconveniente tanto semplice quanto doloroso ,fastidioso e preoccupante per il suo buon esito. Quell’alternanza di persone così macchiettate che poteva far intendere una particolare attenzione messa in atto per la soluzione di un difficile caso, si rivelò senza un nulla di fatto, dal momento in cui l’esito non fu quello desiderato ma era servito solo a far  trasparire su quelle facce impudenti un mondo di scocciature, mosse ad  intervenire solo per interrompere quella che secondo loro era una falsa emergenza e una continua e mal celata vessazione, perpetrata da una caparbia ostinazione, nei confronti di un loro sprovveduto e tormentato collega.

Era evidente che con una tale dura rimostranza volessero camuffare una loro negligenza, al fine di scoraggiare altre vuote ed “ingiustificate” chiamate d’emergenza, non comprendendo che l’allarme permane se non si rimuove l’emergenza e che anche quando ai più addetti risulta così banale, con una spiegazione esauriente del fenomeno si potrebbero evitare altri inconvenienti antipatici. La denuncia di una cattiva assistenza potrebbe proseguire difilata se al termine “ infermiere” si vuole dare un significato, insito nella stessa parola di “infermo”.

Un’assistenza, tanto più accorta quanto più professionale, non permetterebbe deleghe a parenti o a vicini di letto, né a chi fosse animato da comune buon senso né a chi si trovasse solo di passaggio, come ogni buon samaritano, per la cura e la somministrazione di farmaci, per prevenire e medicare le piaghe nelle carni, per la pulizia e l’igiene delle ferite e di tutta la persona del malato, per cambiare un catetere, per cambiare le lenzuola di un letto, per cambiare un pannolino, per imboccare chi è impedito, per fare massaggi ai muscoli in sospetto d’atrofia, per tranquillizzare sui tempi di terapia, per dare un valore anche alle medicine, che con più consapevolezza e con la partecipazione potrebbero aumentare l’effetto della terapia.

Solo chi ha subito o ha assistito una persona con una frattura alle ossa ed i movimento ridotti può rendersi davvero conto del dolore e del disagio esistenziale che questi comportano. Se a tutto questo si aggiunge, poi, una età avanzata, il punto di riferimento della sofferenza tende molto in alto, dove c’è solo la fattibilità di prendere il massimo. Il massimo, appunto, lo prendono le persone anziane che ad ogni rottura di ossa rischiano, venendo allettate, la loro stessa vita, con il pericolo di complicanze e ripercussioni sullo stato di salute e di piaghe nelle carni, per la posizione immobile che assumono e per le complicanze sullo stato generale della persona. Senza considerare altri rischi mortali, come l’embolia e l’affaticamento del cuore, dovuti alla lunga posizione supina o all’intervento chirurgico per comporre la lesione.

Un responsabile di un reparto lo sa, o lo dovrebbe sapere, molto bene, poiché dove non c’è questa accortezza non può esserci alcuna funzionalità, mentre si bada più ad un budget da raggiungere, tralasciando il modo ed il risultato finale vero e proprio che è la salute, intesa come benessere del malato, fedele quanto più possibile allo stato precedente all’incidente e al suo stato alterato. Un bravo orologiaio non si limita a sostituire il pezzo rotto nell’ingranaggio ma fa riavviare in modo efficiente tutte le sue parti, recuperando la sua funzionalità, per intero o quasi, vicina quanto più possibile ad un’ora corretta.

In un reparto di tal genere che, oltretutto, si vanta di avere una buona nomea, sorprende come non si badi al buon esito, programmando già dai primi giorni di degenza il recupero delle funzionalità soggette al malfunzionamento e come ogni andamento sia affidato al caso, senza saper delineare con metodo un percorso di riattivazione della funzionalità del muscolo compromesso. Senza neppure scomodare, per questo, la psicologia con le sue varie scuole di pensiero, basterebbe il buon senso della gente comune e della solidarietà umana per indursi a parlare con il malato del suo stato,  di cui è sempre all’oscuro, facendo presenti le sue reali condizioni di salute e quanto egli stesso possa fare per migliorarla, dal momento in cui già parlare fa senz’altro bene e la possibilità di farlo partecipare ai piani di intervento, con la consapevolezza di una terapia mirata, porterebbe senza dubbio a vantaggi di cure, di salute e di professionalità.

Con la nuova normativa, in fatto di titoli di studio per l’accesso alle professioni infermieristiche, si nutre una autentica fiducia che  l’assimilazione di conoscenze e pratiche più idonee all’attività ospedaliera  infrangano il malcostume di assegnare compiti  così delicati a chi è senza alcun titolo per farlo, dettato solo da un proposito di assistenzialismo, per la qual cosa può avvantaggiarsi la benessere dei malati  e il gradi di civiltà di un intero Paese.

Tanto era dovuto,  per non essere sempre costretti a concludere,  on fatidica  rassegnazione, che l’operazione è riuscita ma il paziente è morto.

                                                                                  A mia madre,  

                                                                             ricoverata per la rottura di un femore

                                                                             all’Ospedale Civile “G. Moscati di Aversa

                 Stefano Giacomo Iavazzo

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