Il professore di storia delle dottrine politiche Giovanni Belardelli, associato all’Università di Perugia, ha scritto sul Corriere della Sera che i vari governi si sono preoccupati, nel corso degli anni, solo dell’immissione in ruolo dei precari. Un luogo comune che è facile smentire: se i precari esistono è proprio perché le immissioni in ruolo non avvengono mai su tutti i posti vacanti, quindi va da se che sono gli stessi governi ad aver creato il problema, salvo poi vantarsi quando ogni anno una parte di questi docenti viene stabilizzata, dopo anni di insegnamento-sfruttamento precario come incaricati annuali o supplenti.

Belardelli sostiene che la scuola non dovrebbe essere considerata una grande agenzia di collocamento, infatti non lo è basta contare quante sono le cattedre vacanti e coperte con supplenze annuali, affidate a docenti che hanno superato un regolare concorso anni fa, i quali vengono reclutati di anno in anno senza stabilizzarli reiterando a dismisura contratti a tempo determinato. Un andazzo indecente, che ogni anno provoca un cambiamento di insegnanti nelle classi a scapito della continuità didattica, pregiudicando la qualità della scuola. Inoltre il fatto che l’età media dei docenti sia alta è anche dovuta alle recenti leggi, che hanno portato in avanti l’età pensionabile. Belardelli ritiene che molti di loro sono stati immessi senza concorso, un’affermazione un po’ curiosa, si sono svolti concorsi abilitanti nel 1994 e nel 2000 e successivamente per un periodo le università, a fronte di cospicui incassi, hanno abilitato i nuovi docenti attraverso le SISS, chiuse queste scuole universitarie sono stati recentemente creati i TFA, tirocini formativi attivi anch’essi gestiti dalle università che in questo non ci perdono. Che senso ha formare nuovi docenti se non si stabilizzano coloro, già abilitati, che già lavorano da anni su posti vacanti, e senza considerare che nelle graduatorie ce ne sono degli altri, giovani con pari requisiti?

Salvatore Pizzo