“Cultura, lavoro, persona, società”
Secondaria di II grado e formazione professionale
Roma, 24 gennaio 2013, Auditorium di via Rieti
Intervento introduttivo di Francesco Scrima, segretario generale della Cisl Scuola
Liberare Energie
Mario Draghi, il sette ottobre 2011, pochi giorni prima di assumere la carica diPresidente della Banca Centrale Europea, in una Relazione fatta all’Intergruppoparlamentare per la sussidiarietà e intitolata ” I giovani e la crescita”, affermava: “lacrescita economica non può fare a meno dei giovani, né i giovani della crescita”;analizzando poi alcune criticità del Paese che era indispensabile affrontare,denunciava: “Il successo professionale di un giovane appare dipendere più dal luogodi nascita e dalle caratteristiche dei genitori che dalle caratteristiche personali”.Credo siano valutazioni e giudizi che questo nostro Convegno può assumeretranquillamente come punto di partenza per una riflessione, serena maspregiudicata, sullo stato della nostra scuola e sulle scelte e gli impegni da assumereperché possa essere, come indichiamo nel titolo, a misura del futuro che avanza edel futuro che vogliamo.Mettere questo convegno sotto il segno di una riflessione “spregiudicata” significaaprirsi al dialogo e al confronto (è questo il carattere della tavola rotonda delpomeriggio); evitare narrazioni autoreferenziali (lo facciamo attraversol’autorevolezza e l’indipendenza dei Relatori della mattinata); costruire proposte epercorsi seri e praticabili (ne è garanzia il nostro profilo e la nostra storia di Cisl e diCisl Scuola). Significa anche – e lo dico subito e con grande chiarezza – che non cichiudiamo (né in questo convegno, né in tutta la nostra azione) in logichepuramente rivendicative o, peggio, conservative e corporative; chiedendo eproponendo scelte e impegni che servano a migliorare la qualità del servizio, nonguardiamo solo a quello che altri (il Governo,la politica, la società) devono garantirealla scuola e a quanti in essa lavorano, ma ci rivolgiamo anche al nostro interno perrichiedere un supplemento di responsabilità, di passione, di vitalità. In tempi di crisisono i soggetti a più diretta vocazione e responsabilità sociale, cioè quelli cherispondono a più vincolanti codici etici, che devono impegnarsi con maggiorconvinzione e generosità. Per questo, nel perdurare di una crisi che non è soloeconomica ma anche sociale e morale, la scuola è chiamata a trovare e liberare alsuo interno nuove energie. In altri momenti e in altre situazioni la scuola lo ha giàfatto; lo farà anche di fronte alle difficoltà e alle sfide di questa complicata stagione.
Alcuni numeri su cui ragionare
Per farlo c’è bisogno di una grande spinta ideale, ma anche di quell’atteggiamento di
concretezza che viene dalla necessità di non eludere il principio di realtà e di fare i
conti con le condizioni, i vincoli, i contesti dati. Non possiamo imbrogliarci
indulgendo alla retorica, quella in cui spesso cade molta politica (e anche la
campagna elettorale appena avviata denota tale vizio), ma a cui rischia di piegarsi
anche un sindacalismo massimalista, più attento a guadagnare un facile consenso
che assicurare la verità e la praticabilità delle richieste che avanza. Per questo è
opportuno, anche per il nostro tema, partire da alcuni numeri e dalle evidenze a cui
ci inchiodano. A novembre 2011 il tasso di disoccupazione giovanile, in Italia si fissava al 32%, nel
novembre scorso, cioè a distanza di un anno, era salito al 37%, 5 punti in più; un
picco che, nelle previsioni per l’anno che abbiamo iniziato, non sembra destinato a
diminuire ma a crescere. In parallelo dobbiamo osservare che in Germania questo
tasso è attestato stabilmente intorno all’8%, e tassi inferiori al 10% sono registrati
anche in Austria e nei Paesi Bassi. Dal confronto notiamo anche – pur in modo solo
incidentale – la correlazione inversa tra questo dato e i livelli di apprendimento
misurati nei diversi paesi: più alto è il livello medio di competenza che raggiungono
gli studenti, più basso è l’indice di disoccupazione. Il dato sulla nostra
disoccupazione, e in particolare su quella giovanile, non è solo pesante, è
drammatico; credo che la scuola debba assumerlo come problema che appartiene
anche a lei. Ma consideriamo un dato diverso che sembra mal combinarsi con quanto osservato
sino ad ora: quello dell’emigrazione di giovani laureati. Nel 2011 sono stati 11.000,
tre volte di più di quanto avveniva all’inizio del decennio. Un esodo, questo dei
laureati, che unito a quello di tanti ricercatori, si configura come una grave perdita
(anche di ricchezza materiale) per il nostro Paese. Con il progressivo invecchiamento
delle nostre società, i giovani sono una risorsa scarsa, è chiaro che restarne privi o
non utilizzarli al meglio delle loro competenze, significa impoverire il Paese,
indebolirlo sul piano della capacità di ammodernare e rendere efficace il sistema
produttivo, significa condannarsi a non reggere la competitività con altri sistemi.
Tutti sanno, peraltro, che oggi la materia più preziosa di cui un Paese può disporre è
data dal capitale umano; la materia grigia è ormai più importante delle materie
prime. Il censimento del 2011 di Unioncamere rileva che i posti di lavoro scoperti per
mancanza di manodopera qualificata sarebbero circa 117mila; Confartigianato
denuncia che rimane ignorato circa il 65% delle offerte di lavoro riguardanti mestieri
artigianali. In pratica, nonostante i numeri sulla disoccupazione crescente, si verifica il
paradosso per cui migliaia di posti rimangono vuoti. È quel che comunemente viene
definito mismatch tra domanda e offerta di lavoro. Ma esiste anche una mancata corrispondenza tra il livello di istruzione o formazione raggiunto e quello richiesto da un’impresa. Di conseguenza sono indispensabili forti
misure di orientamento e informazioni corrette che possano indirizzare i nostri
giovani a scelte più mirate per la loro futura occupabilità. La disoccupazione tuttavia colpisce sia la popolazione a bassa scolarizzazione, sia
quella con alta qualificazione: una fragilità nel nostro sistema produttivo che apre
problemi che vanno oltre le questioni di scuola che oggi consideriamo.
Ma i dati preoccupanti non si fermano qui. Nel nostro Paese 2 milioni di giovani tra i
15 e i 24 anni non sono né a scuola, né al lavoro. Il tasso di abbandono scolastico è
del 22%; il 12,2% degli iscritti al primo anno della scuola secondaria di secondo
grado abbandona. Dati allarmanti che incidono anche, come abbiamo detto prima,
sull’economia del Paese. Per questo le politiche riguardanti lo sviluppo dell’economia e dell’occupazione e
quelle relative all’istruzione e alla formazione si devono intrecciare e per essere
efficaci hanno necessità di procedere di pari passo.
Ma torniamo ai dati sulla dispersione e gli abbandoni: dati allarmanti, li abbiamo
definiti, e sottovalutati. A nostro avviso li sottovaluta anche chi immagina che sia
possibile porre rimedio al problema semplicemente innalzando di qualche misura i
tempi di permanenza “obbligata” nei percorsi di istruzione. Paradossalmente,
proprio in quei percorsi di istruzione dai quali avviene la fuga.
Questo convegno ci dà l’opportunità di ribadire ancora una volta la nostra posizione,
in piena sintonia con una visione che sempre più si va affermando in ambito
europeo, e che vede nel sistema della Formazione Professionale non un soggetto
che agisce in concorrenza con quello dell’istruzione, ma un soggetto che svolge un
ruolo complementare dando un prezioso contributo sul versante del recupero e del
reinserimento dei giovani nella società e nel lavoro.
A chi preferisce attestarsi su improprie, strumentali letture ideologiche,
presentando la Formazione Professionale come luogo dell’emarginazione e della
precoce selezione sociale, vorremmo ricordare che proprio laddove il sistema della
Formazione Professionale è più radicato nel territorio la lotta all’abbandono
scolastico ha fatto registrare i risultati più significativi. Nelle regioni dove l’Istruzione
e Formazione Professionale ha cessato di esistere o si è relegata a ruoli marginali,
l’abbandono scolastico è una piaga in continua crescita.
Per noi scuola e formazione professionale costituiscono, o dovrebbero costituire,
un’unica famiglia, perché condividono con modalità e stili diversi le medesime
finalità, rivolte alla crescita della persona, da accogliere e valorizzare secondo i suoi
talenti, e alla crescita del capitale umano di cui la società nel suo complesso ha
bisogno per rafforzarsi e competere in un’economia globalizzata.
Noi siamo convinti che l’intera famiglia dei soggetti che producono istruzione e
formazione debba assumere per questo un altro fondamentale obiettivo comune,
che è quello della crescita in qualità e competenze prodotte.
I dati delle più accreditate ricerche interne e internazionali ci dicono del permanere
di un deficit di competenze fra l’Italia e gli altri Paesi dell’area OCSE, ma soprattutto
dello scarto rilevante che differenzia al nostro interno le performance degli studenti
in relazione al territorio di appartenenza.
Vediamoli, questi dati. Dalla rilevazione del 2009 emerge che il 21% gli studenti
italiani dimostra scarse competenze in lettura, rispetto a una percentuale UE del
19,6%. Un deficit contenuto, che segue anche al miglioramento segnato rispetto al
2006. Di ben diverso impatto il divario interno: fra i quindicenni italiani, quelli con
scarse competenze in lettura sono il 15 % al Nord, ma oltre il 27% al Sud; quelli con
basse competenze nell’area della matematica sono il 17% al Nord, ma superano
abbondantemente il 33 % al Sud. Cifre di per sé evidenti.
C’è dunque, anche per quanto riguarda il sistema scolastico e i livelli di
apprendimento che garantisce, una questione Sud che esige di essere affrontata con
misure urgenti e specifiche. Di fronte al carattere emergenziale che i dati riportati
evidenziano, occorre aprire un fronte che, partendo dalla presa d’atto della
situazione da parte di tutti i soggetti interessati, avvii strategie di contrasto che
devono trovare nei docenti i primi e più impegnati attori.
Fare buona scuola deve sempre più significare un’attenzione alta posta ai livelli di
apprendimento degli alunni. Non basta, non basta più una scuola solo inclusiva,
fermo restando che questo resta un suo compito essenziale. Per rafforzare il nostro
capitale umano, accelerando così l’uscita dalla crisi, per preparare le nuove
generazioni a un futuro da protagonisti e non da gregari, è indispensabile che i livelli
di preparazione dei nostri studenti siano i più alti possibile. Ed è importante
considerare che l’attenzione va posta ai livelli medi: è il livello medio che deve
crescere, non abbiamo bisogno di curare solo le eccellenze. Scuola inclusiva,
dunque, ma insieme – e di pari passo – scuola competente. Questa la sfida che ha di
fronte, oggi, la categoria che rappresentiamo; oberata da disagi e problemi, ma ricca
di preziose energie. È possibile, è giusto chiedere ai docenti e a quanti lavorano nella scuola di caricarsi
di un compito così impegnativo, e mantenere nel contempo un livello inadeguato di
attenzione e cura per un settore strategico come quello dell’istruzione e della
formazione? Anche qui ci sono dati che parlano chiaro, e sono quelli riguardanti la
percentuale di risorse investite in formazione rispetto al prodotto interno lordo.
L’Italia destina il 4,5% del PIL, la media europea è del 5,7%. Un margine che va
recuperato, e questo è un obiettivo su cui si misura anche la qualità delle proposte
di politica economica e politica scolastica di chi si candida in queste settimane a ruoli
di governo. La Germania non ha intaccato, anche in questa pesante crisi, il bilancio
destinato alla scuola, lo ha invece decisamente incrementato. Quello che noi non
abbiamo fatto allora, dobbiamo farlo adesso. Questa non è la richiesta di una
categoria, è la richiesta di una Confederazione. Quando un sindacato confederale
parla di scuola, non parla soltanto di chi ci lavora, e non difende soltanto dei posti di
lavoro, ma parla del Paese e delle sue prospettive, parla dei giovani, dei lavoratori di
domani, dell’istruzione e della formazione di cui c’è bisogno. Parla di una fabbrica, la
più grande e forse la più importante di quelle che abbiamo: una fabbrica di futuro.
Se questa fabbrica non funziona bene, se non viene messa nelle condizioni di
funzionare bene, il problema non è della scuola e degli insegnanti, è di tutti, è del
Paese intero.
Un nuovo patto tra scuola e società
Abbiamo iniziato con una citazione di Mario Draghi, concludiamo riprendendo una
annotazione del suo successore alla carica di Governatore della Banca d’Italia. A
Catania, il 25 novembre 2011, nel suo primo discorso pubblico in questo ruolo,
Ignazio Visco affermava: “Se c’è un settore nel quale consiglio di non risparmiare è
proprio quello dell’istruzione”. E osservando, quasi a giustificazione, che per un
economista è importante occuparsi di scuola, di senso civico, di rispetto per la
legalità, perché anche da quei fattori dipende lo sviluppo, continuava dicendo: “Una
delle azioni più importanti per la crescita è migliorare le nostre scuole, fra l’altro –
aggiungeva- integrando meglio i figli degli immigrati”. Ci piace anche questa
sottolineatura: la sensibilità e l’attenzione per i valori dell’inclusione e della
cittadinanza. Ritroviamo così quella connessione fra sviluppo materiale e progresso
civile, fra primato della persona e cura della dimensione sociale, che definisce il
profilo della nostra cultura e della nostra pratica sindacale. Troviamo anche motivo
per rilanciare un’idea che ci è cara: la scuola è un bene comune; questo comporta la
necessità di fare alleanza e rinnovare periodicamente il patto che lega scuola e
società. Se sono degli economisti, ed economisti con importanti ruoli istituzionali, a
dire che l’istruzione è materia di investimento e non voce di spesa, non possiamo
essere tacciati di corporativismo se lo diciamo anche noi.
Per far funzionare la scuola, e darle qualità, occorre liberare energie. La società deve
dare, a questa sua fabbrica di futuro, tutta l’attenzione e la considerazione che
merita, deve garantire tutte le risorse di cui ha bisogno, deve riconoscere e
sostenere l’impegno e la fatica di chi ci lavora. Veniamo da anni in cui si è fatto
l’esatto contrario e non può stupire, allora, il disincanto e il disamore che possiamo
anche trovarci. Ci sarebbe bisogno di un risarcimento, ma potrebbe forse bastare
l’impegno reale a voltare pagina. Alla soglia di una nuova legislatura noi vogliamo
crederci. Da parte nostra, e senza condizioni, c’è l’impegno a dare slancio a tutte le
energie che nella scuola ci sono.
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