La Corte di Cassazione ha stabilito che è giusta la detenzione per Giorgio Chinaglia, l’ex attaccante della Lazio soprannominato Long John, accusato di tentativo di riciclaggio aggravato dalla metodologia mafiosa. Gli inquirenti ritengono che abbia avuto un ruolo finalizzato al reimpiego di denaro di provenienza illecita per conto di personaggi legati al Clan dei Casalesi.
Tutto riguarda il tentativo di acquisto della Lazio da parte dell’imprenditore Giuseppe Diana. La decisione è stata presa dalla prima sezione penale della Cassazione che, accogliendo il ricorso della Procura di Roma, ha annullato con rinvio la decisione del Riesame della capitale, dello scorso 30 settembre, che aveva annullato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere a suo tempo disposta dal gip. L’ex attaccante della Lazio, che dovrebbe trovarsi negli Stati Uniti, è quindi latitante. Le indagini hanno portato anche al sequestro di circa due milioni di euro. La somma totale che, secondo gli investigatori, il clan doveva riciclare, si aggirerebbe intorno a 24 milioni di euro, soldi che trasferiti all’estero sarebbero dovuti tornare in Italia attraverso istituti bancari tedeschi, svizzeri e ungheresi. Un ruolo in questa vicenda, secondo le accuse, lo avrebbe svolto Giuseppe Diana, imprenditore nel settore del gas. L’imprenditore è il titolare della Nuova Diana Gas, Giuseppe Diana avrebbe anche fatto da tramite con il clan camorristico dei La Torre, che controlla il Litorale Domitio, tentando di sponsorizzare il team biancoceleste per Coppa Uefa e Coppa Italia 2005. Diana, avrebbe offerto alla società calcistica 2 milioni di euro che sarebbero stati rifiutati, perchè la Lazio si sarebbe insospettita dal fatto che i soldi sarebbero stati offerti in contanti. Contemporaneamente, l’ex capitano della squadra biancoceleste Giorgio Chinaglia – come ha spiegato tempo fa il dirigente della Digos Lamberto Giannini – ha funzionato da figura carismatica utile al clan camorristico perchè capace di creare il consenso dei tifosi sulla cessione della societa’ calcistica". Nel 2006, avrebbe reso dichiarazioni formali circa l’interessamento all’acquisto della Lazio da parte di un’azienda farmaceutica ungherese, la Richter Gedeon Rt, col fine, secondo gli investigatori, di provocare forti oscillazioni al titolo quotato in Borsa ed indurre il presidente Lotito a cedere la propria quota di maggioranza. Per questo, il Tribunale di Roma ha emesso nell’ottobre del 2006, cinque ordinanze di custodia cautelare, tra le accuse ci sono anche l’aggiotaggio informativo, in cui era coinvolto anche Chinaglia che da allora è latitante. Intanto sta continuando davanti alla sesta sezione del Tribunale di Roma, il processo che vede imputate nove persone, tra cui quattro ultrà del gruppo “Irriducibili” della Lazio. Gli imputati sono accusati, a vario titolo, di aggiotaggio informativo e associazione a delinquere finalizzata alla tentata estorsione, quali presunti complici della fallita scalata alla società biancoceleste. Nel processo è stato ascoltato Claudio Lotito, il quale ha spiegato di aver per la prima volta hai vertici degli “Irriducibili” nell’estate del 2005, ed in quella occasione avrebbe negato l’elargizione dei biglietti omaggio e il finanziamento delle coreografie allo stadio. Da quel momento iniziarono pesanti contestazioni. «In breve la situazione degenerò – ha spiegato ancora Lotito ai giudici – arrivarono minacce e intimidazioni». «A mio marito ho sempre detto togliti questo cancro da casa», ha detto Cristima Mezzaroma consorte di Lotito anche lei ascoltata nel processo, la donna ha raccontato di aver ricevuto una telefonata: “Sappiamo che sei a Sabaudia che è vicino al Circeo e tu ricorda che cosa è successo al Circeo”. La prima sentenza per il presunto tentativo di scalata alla della Lazio da parte del Clan dei Casalesi, è arrivata nei mesi scorsi quando l’ungherese Szlivas Zoltan, che secondo gli inquirenti si presentava come rappresentante di una cordata interessata all’acquisto della compagine biancoazzurra (secondo gli inquirenti in realtà era il Clan dei Casalesi) è stato condannato, col giudizio abbreviato, a 2 anni e 6 mesi di reclusione per aggiotaggio informativo e ostacolo all’attività di controllo della Consob. Nel corso delle indagini è stato ferito con tre colpi di pistola proprio uno dei capi degli ultrà della Lazio coinvolto nell’inchiesta, l’uomo è ritenuto tra coloro che minacciavano il presidente della società biancoceleste Claudio Lotito per indurlo a cedere il club, la cui acquisizione secondo la Procura di Roma interessava appunto al Clan dei Casalesi. Alla porta di Fabrizio Toffolo, 42 anni, tra i leader degli “Irriducibili”, che era da poco agli arresti domiciliari, si presentarono due uomini travestiti da poliziotti che fingendo un controllo fecero fuoco.
Salvatore Pizzo