I giornalisti che ogni giorno rischiano la pelle per raccontare
il Clan dei Casalesi
non ci stanno
Dopo il monologo di Roberto Saviano nel corso della puntata speciale di “Che tempo che fa”, trasmessa dai Rai Tre, in cui lo scrittore ha finalmente riconosciuto il ruolo storico dei cronisti coraggiosi del nostro territorio, arrivano le reazioni di alcuni settori della stampa pesantemente chiamati in causa dall’autore di Gomorra. Saviano nella trasmissione di Fabio Fazio ha voluto far evincere che ci sono alcune omogeneità tra informazione e criminalità organizzata, se così è, va anche detto che questo non è un fatto squisitamente campano. La criminalità organizzata è fatta anche di imprenditori e politici, due segmenti che non sono propriamente distanti dalla gestione dell’informazione in Italia. Identificare i giornali per la condotta dei loro editori o dei loro direttori non significa che i giornalisti siano coinvolti anzi, è il caso della Gazzetta di Caserta, il giornale il cui ex direttore rispondendo ad una lettera del boss Francesco Schiavone “Sandokan”, esordì scrivendo, “la ringrazio per la stima”. In quel giornale lavorano persone come Maria Giovanna Pellegrino e Gian Maria Mascia, che non hanno paura di raccontare quello che ogni giorno i boss fanno alla nostra gente, vanno ai processi e sono nelle stesse aule dove i camorristi li osservano dalle gabbie ed i parenti dei boss lì guardano in cagnesco, quanta gente in Italia riesce a fare cronaca in questo modo, senza scorta, sono esperienze che Saviano forse non ha mai provato. Lo stesso vale per Marilena Natale, che ogni giorno parla di Camorra stando sul territorio e non nascosta chissà dove. Dopo le parole dello scrittore la Gazzetta di Caserta ha annunciato querela, ritengono che Saviano ha: «gettato gratuitamente fango su decine di giornalisti sostenendo che siano al soldo della camorra». Dal Corriere di Caserta e da Cronache di Napoli risponde il direttore editoriale dei due giornali, Pino de Martino, che ha detto: «senza contraddittorio, mischiando verità e calunnie ha infangato il lavoro di chi, da anni, combatte, con inchieste e denunce, senza scorta»- che ha aggiunto – «c’e da restare inorriditi per la ricostruzione strumentale e faziosa dei fatti». Al Corriere di Caserta lavora Tina Palomba, un altro nome storico della cronaca giudiziaria nostrana, minacciata contemporaneamente a Rosaria Capacchione del Mattino, allo stesso Saviano, al giudice Raffaele Cantone. Le minacce dei boss sono state indirizzate anche all’attuale direttore del Corriere di Caserta, Mimmo Palmiero. "Non si capisce perché nel corso della trasmissione, tanto per citare uno dei tanti esempi di faziosità, – spiega il direttore De Martino – non si è detto che in una lettera di Francesco Schiavone, alias Sandokan, pubblicata da un giornale locale, il boss abbia invitato a non comprare il Corriere di Caserta, esortando anche a disdettare gli abbonamenti". "Un passaggio chiaro – dice ancora De Martino – che è stato deliberatamente omesso per non far crollare il castello di sabbia costruito a sostegno del monologo". Per quanto ci riguarda, assicura sempre De Martino "continueremo a raccontare i fatti con il solito equilibrio e professionalità, facendo riferimento a chi istituzionalmente combatte la camorra. Ci riferiamo ai magistrati, alla Dda, e a Dia, carabinieri, polizia e guardia di finanza che sono stati volutamente oscurati nel monologo". Un’interessante puntualizzazione la compie anche un altro cronista di giudiziaria che lavora a Santa Maria Capua Vetere, Biagio Salvati, direttore di Casertasette, che parlando delle presunte diffamazioni verso Don Diana di cui Saviano parla, scrive: “Il caso don Diana: Saviano, che più volte ha ribadito l’importanza della verità della notizia e della diffusione dei fatti, forse a causa della sua disinformazione (anche perché al processo don Diana non l’abbiamo mai visto in aula) o, volutamente (in quanto gli atti li ha raccattati, chiesti e avuti da vari colleghi e altre fonti), ha dimenticato di dire che quei titoli (sebbene sembravano forti) fotografavano un momento processuale e quindi, sembrerà strano, erano legati a cose scritte o dette. Ma c’è di più, la stessa Procura antimafia (nella fattispecie il pm Francesco Curcio) idolatrata da Saviano quando però gli conviene, aveva ipotizzato come movente d’accusa la custodia di un borsone di armi da parte del parroco mentre nell’ordinanza a carico degli imputati c’erano anche passaggi su affettuosità verso il sesso femminile del prete. In quel momento, emergevano dal processo, durante le udienze, queste circostanze: logicamente, Saviano, si è ben guardato da diffondere altri titoli successivi, anche di altri giornali, sulla storia del processo la cui sentenza si concluse in assenza (proprio «fisica», per paura?) di tutta quella parte civile (boyscout etc…) che lo sta celebrando da 15 anni. E questo un giornale nazionale all’epoca lo riportò (semmai all’autore di Gomorra spediamo il ritaglio mancante). Ma anche quando Saviano dice che nessuno mai si è occupato del povero carabiniere Nuvoletta infangato dai pentiti (a proposito, anche in questo caso, emerge la «convenienza» di Saviano: quando l’accusa è scomoda, si invoca l’esito della sentenza di terzo grado; quando i pentiti accusano, gli si crede solo se il destinatario dell’accusa è un camorrista o similare…in quel caso, vale l’accusa senza processo) sbaglia: infatti, contrariamente a quanto ha detto Saviano in tv, è stato scritto più di un articolo sul movente che ieri ha raccontato ma, forse, il suo lavoro di «archivista» non sta più funzionando bene. Cosi come quando parla di un imprenditore dello zucchero vittima della camorra e poi ritenuto colluso, dando per scontato che si è suicidato: infatti, dopo due anni di indagini, ma Saviano non è aggiornato, la Procura sammaritana ha archiviato il caso come incidente. E il gip ha confermato. Erano solo alcuni passaggi che la dicono lunga sul «fumo negli occhi» che ha buttato Saviano (per l’ennesima volta) contro chi è «ignorante» (nel senso che non conosce bene i retroscena e i meccanismi) e i telespettatori paganti il canone con altre tre ore di operazione mediatica. (…)” .
Salvatore Pizzo
Salvatore Pizzo