(Riceviamo e pubblichiamo) L’Italia è un paese per giovani? A quanto emerge dai dati che arrivano pare proprio di no. La disoccupazione giovanile in Italia è salita oltre il 29%(dato più alto dal 2004) e continua ad aumentare in maniera preoccupante. Le regioni più colpite sono ovviamente quelle più deboli, quelle che davanti alla crisi hanno meno difese da opporre e meno strumenti per porsi al riparo contro il ciclone che si
sta abbattendo sui mercati occidentali. Nel mezzogiorno infatti le giovani donne che non riescono a trovare lavoro sono il 46%, quasi la metà dell’intera popolazione. Possiamo attribuire questi numeri solo alla crisi internazionale che sta colpendo l’Occidente, oppure vi sono delle carenze e dei ritardi nel sistema del mercato del lavoro italiano rispetto al resto d’Europa? Per farlo bisogna analizzare alcuni dati che arrivano da altri paesi dell’Unione Europea e confrontarli con i nostri. La disoccupazione giovanile dell’Eurozona si aggira intorno al 20%, ma vi sono alcuni paesi che sono riusciti a mantenere il tasso al di sotto del 10% nonostante la crisi economica e finanziaria. La Norvegia, l’Austria, la Germania, ma soprattutto l’Olanda, in cui il tasso si mantiene intorno al 6-7%. Quali sono le differenze allora tra l’Italia e questi paesi che sono riusciti a creare un circolo virtuoso che permette ai giovani di accedere immediatamente al mercato del lavoro?
Il primo punto da affrontare è quello dell’istruzione. In Italia il processo di formazione di un giovane è lungo, farraginoso, spesso rallentato da passaggi inutili e completamente sganciato da ogni tipo di esperienza lavorativa. Così si arriva a possedere un diploma di maturità, una laurea triennale, una laurea specialistica o magistrale e magari anche un dottorato, senza possedere alcuna competenza specifica in materia lavorativa o avere maturato alcuna esperienza diretta sul campo. Senza contare che molti non riescono a scalare questa montagna, e si fermano durante la strada(i giovani che hanno una laurea in Italia non arrivano al 20%, meno della metà della media dei paesi occidentali). Ma anche per chi riesce ad arrivare in cima alla montagna, la strada sarà tutt’altro che in discesa. Ad attenderlo vi saranno master di primo, secondo livello, stages in cui se tutto va bene ti saranno rimborsate le spese, con la speranza di strappare un contrattino a tempo determinato. Nei paesi anglosassoni, in cui comunque vi è stato un aumento della disoccupazione giovanile in questi anni, la formazione avviene in maniera diversa. Dopo l’istruzione superiore, si ha la possibilità di accedere ai bachelor degree, l’equivalente della nostra laurea triennale, e successivamente ai master degree, che, a differenza delle nostre lauree specialistiche, puntano più sull’indirizzamento del giovane al mercato del lavoro, con seminari, esperienze dirette, progetti, piuttosto che ad accumulare ulteriori nozioni. Ma prima abbiamo parlato dell’Olanda come esempio virtuoso, e quindi mi pare giusto dare anche un’occhiata al rapporto formazione-lavoro presente in quel paese. Le scuole e le imprese collaborano costantemente alla formazione dei ragazzi, e al termine degli studi difficilmente un ragazzo rimane a lungo senza lavoro. Inoltre il governo olandese invita i giovani a maturare esperienze lavorative già prima di aver terminato gli studi, così è difficile trovare un giovane olandese che non abbia già acquisito esperienze lavorative prima di aver terminato l’università. Se a questo aggiungiamo che per chi voglia interrompere gli studi sono previsti dei corsi di specializzazione per essere indirizzati nel mondo del lavoro, il gioco è fatto. La percentuale di giovani che non studiano e non lavorano è praticamente quasi pari allo 0.
Se paragoniamo tutti questi elementi che abbiamo raccolto alla situazione italiana scopriamo alcuni motivi dell’anomalia italiana rispetto al resto d’Europa. Noi giovani italiani dobbiamo affrontare un percorso d’istruzione duro, irto di ostacoli, e dovremmo farlo spesso soli, abbandonati dalle istituzioni. Al termine di esso , però, ad attenderci non ci sarà un premio, ma ci saranno delle aziende che ci considereranno inadeguati e senza esperienza per poter accedere al mercato del lavoro. E così inizia la lunga trafila dei rapporti a tempo determinato. I più fortunati riescono a fare ciò che gli piace, ciò per cui hanno studiato, altri magari per tirare a campare devono accontentarsi di un posto da cameriere o in un call-center. Benvenuti nel mondo del precariato. Le aziende spesso non intendono formare i giovani, ma solo eludere alcune rigidità fiscali e sindacali dei contratti a tempo indeterminato, e così vi è stata un’esplosione dei contratti a tempo determinato nel mondo giovanile negli ultimi 10 anni. E ciò non ha riguardato solo il settore privato, ma anche e soprattutto il settore pubblico. I dati della Cgil infatti testimoniano come dal 2004 vi sia stato un aumento di lavoratori precari del 17%, con maggiore rilevanza nei lavoratori pubblici(300.000 unità) e nel Mezzogiorno(incremento del 34%).
Tutto ciò, oltre ad avere un riflesso sul lavoro, ha un riflesso sulle esistenze stesse di un’intera generazione. I dati guardati da soli spesso possono apparire freddi, inadeguati per entrare nella natura più profonda delle cose. Ma dietro quei numeri, dietro quelle percentuali, dietro quelle tabelle ci sono milioni di giovani che sperano di potersi innamorare, di poter vivere la propria vita, che hanno delle idee, dei sogni, che vorrebbero mettersi in gioco per rendere questo sistema migliore, più equo e solidale. Oppure, magari, ve ne sono molti che vorrebbero semplicemente sposarsi e mettere su’ famiglia. Ma ciò che vent’anni fa era la regola, oggi è più complicato, a volte impossibile. Non solo il lavoro, ma la vita stessa di tutti noi giovani appare precaria, appesa a un filo. Non vi sono parole migliori per descrivere questo stato che quelle del sociologo ungherese Karl Polanyi, che con grande anticipo analizzò la situazione odierna:
Permettere al meccanismo di mercato di essere l’unico elemento direttivo del destino degli esseri umani e del loro ambiente naturale e perfino della quantità e dell’impiego del potere d’acquisto porterebbe alla demolizione della società. La presunta merce forza-lavoro non può infatti essere fatta circolare, usata indiscriminatamente e neanche lasciata priva di impiego, senza influire anche sull’individuo che risulta essere il portatore di questa merce particolare.
Un giovane operaio o un neolaureato non possono equivalere ad una gru o ad una macchina di assemblaggio, o peggio ancora ad un braccialetto griffato Bulgari o una borsa Louis Vuitton. Dentro ognuno di noi vi è una sensibilità, una storia privata, dei sogni, delle aspettative, di cui nessuno può disporre, e che questo modello di società sta pian piano distruggendo.
Il 10 settembre a Napoli, all’Istituto Italiano di Studi Filosofici, noi di Caffè News abbiamo organizzato un evento aperto a tutti proprio per discutere di questi temi. I giovani saranno al centro dell’evento, che avrà come titolo “Giù al Nord”. Vi saranno numerosi ospiti con cui poter interloquire, anche se tutti se vorranno potranno dire la loro, anche coloro che saranno seduti tra il pubblico. Per avvicinarci all’evento, abbiamo aperto anche un barcamp, all’indirizzo http://www.caffenews.it/giualnord/, dove la discussione è già iniziata. Cosa aspettate? Se le cose non vanno sta a noi provare a raddrizzarle…
Pier Paolo Mottola