Il leader aversano di Confindustria Pasquale Pisano torna a chiedere una maggiore tutela per la produzione calzaturiera italiana, ed oltre lanciare un monito verso le autorità, stigmatizza anche il comportamento di alcune imprese che si spostano in quei paesi dove si produce a basso costo grazie allo sfruttamento dei lavoratori. Si legge in una nota: "Il settore calzaturiero italiano deve essere tutelato.

Le norme antidumping, da sole, non bastano a risollevare le sorti di un comparto messo a dura prova da una serie di fattori che lo stanno trascinando in una profonda crisi. Oggi, più che mai, è necessario lottare per l´obbligatorietà del marchio di origine sui prodotti importati. E´ l´unica via possibile per tutelare il consumatore, salvare l´occupazione, difendere la ricchezza del Paese e dare un avvenire ai nostri giovani. Il Governo italiano e l´Unione Europea non possono tirarsi indietro e nemmeno temporeggiare. Con l´adozione del marchio `I love Italian Shoes´, l´Anci (Associazione Nazionale Calzaturifici Italiani), ha segnato la direzione". Pisano infatti è anche un autorevole esponente dell’Anci, ed è stato uno dei fautori di questo marchio riservato agli associati, che ne certifica la produzione realizzata in Italia, garantendone la qualità artigianale oltre che un design che tutto il mondo ci riconosce per raffinatezza e comodità. Il rappresentante dell’Unione Industriali ad Aversa dice anche: "Il mercato del falso rappresenta il 5 e il 7% del commercio mondiale (dati Ue). Il giro d´affari è valutato in 250 miliardi di dollari annui e la regione Campania, purtroppo, fa la sua parte. La pirateria è arrivata anche per loghi e marchi di fabbrica. Una concorrenza sleale che passa inoltre, anche per la delocalizzazione delle imprese, prima nell´est europeo e oggi soprattutto in Cina”, – poi lancia un affondo anche verso numerosi suoi colleghi – “Il basso costo della manodopera e l´assenza delle previdenze sociali spingono, infatti, molte aziende italiane produttrici di calzature, abbigliamento e moda, a investire e realizzare altrove i loro prodotti che poi rientrano in Italia, spesso per essere assemblati o direttamente venduti a prezzi bassissimi e con grandi margini di guadagno. E se è inutile gridare alla minaccia senza armarsi della strumentazione giusta a rigettarla, l´unica mossa per mettere il fenomeno in scacco è davvero la tutela internazionale del Made in Italy".

Di s.p.