Egregio Dottor Masi, sono un componente di una delle dieci famiglie (a conti fatti, cinque “indigene” e cinque “straniere”) che popolano Via Gorizia e, onestamente, non credevo potesse suscitare tanta attenzione da parte della Sua Amministrazione che, con una Sua ordinanza del 29/10/2007, ha istituito all’inizio di tale via un divieto di sosta, ambo i lati., con tanto di mobilitazione di personale, che il giorno 13/11/2007 ha eseguito l’ordine,

sorprendendoci sia per l’inopinata azione che per la solerzia con cui siamo stati sollecitati a rimuovere le macchine in sosta, invitati addirittura a spostarle in Via Fiume, che è sì una via nevralgica della viabilità di Carinaro. Ci tengo peraltro a sottolineare, per chi non lo sapesse, che Via Gorizia, così definita per mero eufemismo (lunga circa cinquanta metri, è un vicolo senza sbocco, che termina a ridosso della linea ferroviaria, per cui chi la intraprende non lo farà mai per sbaglio o avendo in mente un propedeutico passaggio, anzi chi la imbocca lo fa senz’altro per far visite, per la qual cosa deve necessariamente fermarsi, come meta temporanea del suo viaggio. Un tale divieto di sosta, ambo i lati, equivale perciò ad un incredibile (altro eufemismo ) divieto di accesso che, così posto, precluderebbe ulteriormente i normali rapporti affettivi e sociali dei risiedenti, ribadendo di tutti i risiedenti, dal momento in cui la ristrettezza del luogo ha dato già adito ad accese discussioni, per la controversa delimitazione tra lo spazio pubblico e quello ritenuto privato. Appunto, in un tale arbitrio la Sua Amministrazione, ponendo quel divieto, non è stata ritenuto opportuna, appoggiando le argomentazioni più privatistiche di qualcuno dei nostri concittadini, ed in tal senso mi permetto di considerarmi uno dei vostri, se non altro perché, con tutta la modestia che mi caratterizza, ho inteso appoggiare la Sua lista quando, dietro insistenze di un nostro comune amico (esimio tessitore della politica locale), mi sono adoperato a far candidare un mio affine, già prestato alla politica e già assessore in una precedente Amministrazione del Suo stesso Comune, che per una manciata di voti non è stato eletto, contribuendo comunque ed in modo significativo all’elezione di codesta Gestione Comunale. Ma a parte ogni altra considerazione, non voglio assolutamente pensare, per una mia formazione ideologica e sociologica, che si sia favorito un singolo privato a scapito del bene della collettività,(il buon senso suggeriva forse un provvedimento meno eclatante, riservando a chi ne avesse avuto davvero necessità un semplice passo carrabile, corrispondente allo spazio di un posto macchina), poiché ciò che avete definito sperimentale, in un vicolo come Via Gorizia, non superebbe nessun test di validità, da poter essere poi applicato in un contesto ben più ampio, con seri problemi di tutt’altra viabilità, anche per un piccolo centro come Carinaro, mentre riconosco di tutt’altro spessore i problemi che assillano un Comune come il Suo, in un ambito geografico, storico e culturale qual è il nostro, dove quotidianamente siamo coinvolti in problemi a dir poco esistenziali, prospettati dallo smaltimento dei rifiuti, dall’approvvigionamento di energia sicura, dalla designazione di aree di parcheggio, dalla viabilità nei tratti veramente più impegnativi, dall’inquinamento, dalla cementificazione, da una delinquenza dilagante, dalla disoccupazione giovanile, dal precariato sempre più preoccupante, dall’assistenza agli anziani, dalla speculazione edilizia, da un piano regolatore a misura d’uomo per una migliore qualità della vita. Spero in tal modo che la ratio, che anima da sempre lo spirito delle leggi, abbia il sopravvento sull’interpretazione che spesso abbiamo sui diritti che possiamo esercitare fuori del nostro uscio di casa, il più delle volte limitato a tutto quello che non va più lontano del nostro naso, auspicando una convivenza sempre più fattiva, resa preziosa dall’intervento proprio di un’Amministrazione Comunale, che si fa garante dei diritti di tutte parti, la sola in grado di far rispettare i patti definiti in sede di una più elementare contrattazione sociale, che rappresenta il sale nei rapporti interpersonali che si stabiliscono tra le varie componenti della vita socio -economica di una comunità. Termino, fiducioso dichiarato nella più autentica interpretazione dei Diritti sanciti dalla Carta Costituzionale, presa a pretesto per sfatare quel luogo comune, frivolo e tribale, che vuole “ il paese del paesano “, con tutti i limiti civili e morali che ne deriverebbero per cittadini forestieri come noi,Lei compreso, che, da quanto ho appreso, è nativo di Frattamaggiore. In attesa di un favorevole riscontro, i miei più distinti saluti.

Stefano Iavazzo