Il Ritorno di don Calandrino di Domenico Cimarosa che fu rappresentato a Roma la prima volta nel 1778, questo fine settimana è andato in scena al Teatro Alighieri di Ravenna, sotto la direzione Riccardo Muti. L’opera del Cigno di Aversa, prodotta dall’Orchestra Cherubini di Piacenza e dal Ravenna Festival è stata rappresentata anche lo scorso maggio a Salisburgo, nel corso del Festival di Pentecoste.
Purtroppo è da riscontrare che tra i concittadini di Cimarosa eravamo gli unici presenti, eppure si è trattato di un evento internazionale che dà lustro alla nostra Aversa. Un copione già visto che testimonia l’incapacità di unire il trinomio: sviluppo-cultura e ricchezza per migliorare il futuro delle nostre terre. L’allestimento è stato firmato dal regista partenopeo Ruggero Cappuccio. Ad interpretare Livietta si sono alternate Laura Giordano ed Elena Tsallagova, Monica Tarone e Irina Iordachescu si sono scambiate le vesti di Irene, Valerio è stato impersonato da Francesco Marsiglia, monsieur Le Blonde è stato interpretato da Marco Vinco mentre il ruolo del protagonista è stato ricoperto da Francisco Gatell e Mario Zeffiri, con loro anche gli acrobati dell’ !Arcipelago Circo Teatro Los Febles. Le scene sono sate curate da Edoardo Sanchi, i costumi da Carlo Poggioli e le luci da Maurizio Viani. Si legge nella presentazione: L’opera buffa il cui libretto è attribuibile a Giuseppe Petrosellini, che è andata in scena per la prima volta nel 1778 al Teatro Capranica di Roma è il frutto di un compositore che ha ormai varcato la soglia della notorietà, che si avvia ad essere annoverato tra i grandi operisti del proprio tempo (appena un anno dopo il Don Calandrino, Cimarosa avrebbe composto uno dei suoi capolavori di maggior successo: L’italiana in Londra), e che trova terreno fertile in un libretto magistralmente congegnato quanto a situazioni comiche, con un protagonista buffamente erudito, per il quale "L’Affrica è una città ch’è situata / su le coste d’America / fra Sicilia e Cariddi", cui fanno da contorno personaggi indimenticabili come lo svampito viaggiatore francese Le Blonde, incapace di trattare lo stesso argomento per più di dieci secondi, e la paesana Livietta, che legge il Metastasio come oggi si leggono i romanzi rosa, ma che continua imperterrita a mantenere la propria cadenza dialettale nonostante le arie da signora à la page. La rappresentazione di quest’opera è da ascrivere anche alla determinazione di Riccardo Muti, che sta facendo molto per valorizzare il grande patrimonio musicale custodito nella biblioteca del Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli, dove ci sono manoscritti, anche autografi, dei nostri grandi del ‘700. Il Ritorno di don Calandrino sarà rappresentato nei prssimi giorni al Municipale di Piacenza ed al Verdi di Pisa. Aversa? Guarda, poi si lamenta.
(da Ravenna) Salvatore Pizzo