Tre sono adulti, due sono ragazzi che stanno per diventare uomini. Con loro c’è un minorenne, Emanuele. Sono questi i personaggi che l’autore e regista Mario Gelardi mette in scena nella trasposizione in chiave teatrale di “Gomorra”, il libro dello scrittore Roberto Saviano. Ed è proprio lo stesso Saviano, tramite la recitazione di Ivan Castiglione, ad imporsi sulla scena così come sulle pagine del libro;

e a teatro il suo messaggio arriva ancor più diretto al cuore. Sì, perché guardando il palco su cui si staglia una città decadente, impalcature perenni e tanto cemento, si vedono persone in carne ed ossa, non più semplici personaggi di un libro che rimangono lontani, confinati nel nostro immaginario. La scena è fatta di uomini, delle loro emozioni e della loro vita evanescente, pedine del “claustrofobico” sistema camorristico. Il loro volto è pur sempre umano, un’umanità tradita dai sogni infranti, dalla povertà e dall’impotenza, ma soprattutto dalla falsa attrattiva di guadagni facili. Sono sciagurati, corrotti e socialmente irrecuperabili i protagonisti di “Gomorra”; il solo ad opporsi è Roberto (Roberto Saviano), che come tanti giornalisti del Sud che quotidianamente rivelano fatti e misfatti dei boss e che lo scrittore ha ripreso dal punto di vista letterario e nel suo libro, viene puntualmente deriso, ma questo è il destino dei grilli parlanti. Relegato nella solitudine è chi si oppone: Saviano, come un eroe del titanismo letterario che dal Conte di Montecristo passa per Jacopo Ortis e il giovane Werter, è solo contro molti, anzi contro 3700, che sono poi i morti della camorra dal ’79 ad oggi. Cala il sipario senza che venga trasmesso nessun messaggio di speranza, ma con la consapevolezza che lo spettatore sia rimasto scosso. Lo spettacolo è andato in scena sabato al Teatro al Parco di Parma.

Martina Fontana