In questi ultimi anni si stanno diffondendo una miriade di corsi universitari che hanno la pretesa di sfornare giornalisti, come se si trattasse di un titolo qualsiasi da conseguire chini sui banchi di scuola. In realtà sfornano una miriade di persone che non troveranno lavoro, illuse di aver imparato un mestiere e con la pretesa di voler entrare, da persone qualificate, in un settore che è pesantemente inflazionato anche da gente che per essere visibile lavora per la gloria.
Già è assurdo che in Italia esista un ordine professionale, concepito nell’era fascista allo scopo di schedare gli operatori della comunicazione. Addirittura c’è chi ancora si atteggia a definirsi “professionista” al cospetto di un “pubblicista”, senza ricordarsi che a parità di mansioni si ha diritto alla stessa paga, certi “professionisti” pieni di se avvertono di più il brucio di un buco preso da un “pubblicista”. Sono i fautori dell’apharteid professionale. Il giornalista diventa tale andando a caccia di notizie con il proprio istinto, deve consumare le suole delle scarpe, saper osservare, magari senza farsi riconoscere, scovare fatti e raccontarli a voce o scrivendoli, roba da impiegati del catasto (con tutto il rispetto per la categoria). Per fare il cronista ci vogliono: faccia tosta, coraggio, pazienza e buona volontà, e qualche buon cronista che vigili il giovane “allievo” affinchè non scriva cose passibili di querela. Robe che l’università non fornisce. Come fanno all’Università i “docenti” a sapere come ci si mimetizza al pronto soccorso dell’ospedale di Aversa, nella sala di attesa per sapere di prima mano i fatti di cronaca sanguinaria nella zona che è l’epicentro del Clan dei Casalesi (l’alternativa è attingere dalle forze dell’ordine, ma così si danno le notizie che danno tutti); come si entra alla chetichella in un ufficio giudiziario e si cerchi di ascoltare con l’orecchio appoggiato ad un muro un interrogatorio (l’alternativa è quella di chiedere all’avvocato difensore che ti fa sapere ciò che gli conviene); come si fa ad avere amicizie (fonti) tali che ti avvertano che sta succedendo qualcosa che ti possa interessare; come si fa a seminare i colleghi nel tentativo (a volte vano) di farli bucare; qual è l’approccio che si deve avere in una sede giudiziaria in una zona di Camorra, dove nei processi incontri anche i parenti dei camorristi. Questi professori universitari le hanno fatte queste cose nella loro vita?
Salvatore Pizzo
Salvatore Pizzo