Ci sono tanti che dicono di essere giornalisti ma non hanno mai consumato un millimetro di suola delle scarpe per trovare un notizia, pantofolai da scrivania che si trovano lì per caso e chissà grazie a chi, gente che sapendo di essere inferiore cerca di mascherare il suo handicap giocando d’anticipo usando anche un certo fare saccente, i classici ciucci presuntuosi che mandati in prima linea se la farebbero addosso immediatamente, mantengono le posizioni che hanno facendo i lacchè di qualcuno.
Povera gente, qui a Parma ne sappiamo qualcosa. Poi ci sono altri, che solo per aver ripetuto le notizie di altri, sono diventati famosi ed assurti al rango di martiri per delle presunte minacce. Fortunatamente ci sono anche coloro che certe notizie le hanno trovate per primi, operai della notizia che di fronte alla censura più totale dei “colleghi” che contano, devono affrontare i capi della Camorra e subire per davvero gli attentati, è il caso del giornalista Carlo Pascarella, uno dei tanti cronisti che ci permetteno di conoscere fatti e situazioni relative al Clan dei Casalesi e non solo. E’ recente la notizia che la nota telefonata congiunta, fatta al giornalista dai due capi del Clan dei Casalesi tuttora latitanti, Antonio Iovine e Michele Zagaria, sarà usata come prova in processo a Santa Maria Capua Vetere. La telefonata dei due boss risale a circa dieci anni fa, quando molti cantori della verità, oggi gomorristi vari, non sapevano nemmeno cosa fosse il Clan dei Casalesi. All’epoca Pascarella lavorava al Corriere di Caserta, un giornale che ancor oggi ha una cronista come Tina Palomba che nella nostra Striscia di Gaza non guarda in faccia a nessuno. Pascarella (oggi a "Buongiorno Caserta") per quella telefonata è stato chiamato a testimoniare in aula dal pm Antonio Ricci ."Si tratta di una telefonata sulla quale si è detto e scritto di tutto, anche nell’ultimo libro del collega Gigi Di Fiore del Mattino. Sono a disposizione della Procura e dei giudici per ripercorrere quei minuti di fuoco durante i quali mi trovai a dover affrontare telefonicamente i due spietati boss del clan dei Casalesi" – continua – "Zagaria e Iovine mi telefonarono perché volevano che non scrivessi più che tra loro c’era in quel momento una corsa frenetica alla leadership della cosca, subito dopo la cattura di Francesco Schiavone Sandokan, capo indiscusso della camorra casertana da venticinque anni. Se quelle di Zagaria e Iovine non erano minacce, come i due ci tenevano a dirmi nel corso della telefonata, sicuramente erano delle pressioni. E in qualità di cronista impegnato da anni sul fronte anticamorra non ho permesso a due spietati assassini di ostacolare il mio lavoro. Non ho paura, lo Stato c’è, il recente arresto di Giuseppe Setola ne è la prova. E credo che prima o poi finirà anche la fuga di Iovine e Zagaria". Salvatore Pizzo