L’accusa del gruppo Statuto:
«Truffati dai derivati Italease»

di Laura Serafini
29 gennaio 2009

Stiamo ancora facendo i conti delle perdite che abbiamo subito con i contratti derivati. Certo da questa storia non abbiamo tratto vantaggi». Un esponente del gruppo fondato da Giuseppe Statuto, l’immobiliarista romano (è originario di Casaluce)) protagonista delle scalate bancarie (indagato a Roma e Milano per la vicenda Bnl), risponde così quando gli si chiede se i manager del gruppo erano consapevoli della distrazione di fondi sistematica che, secondo la procura di Milano, l’ex a.d. Massimo Faenza e una decina di intermediari avevano organizzato ai danni di Banca Italease attraverso i derivati. Il gruppo mantiene il riserbo sull’esposizione finanziaria verso la banca, l’ammontare complessivo del valore dei contratti stipulati (almeno 200 milioni secondo la perizia del professor Paolo Gualtieri) ma soprattutto sulle perdite cumulate, nell’ordine forse di qualche decina di milioni. Ma non nega la presenza di diverse società del gruppo (tra cui anche Immobilia Re e Parco dei Medici, mentre Anagnina Property fa capo al fratello dell’immobiliarista) tra i titolari dei contratti derivati finiti sotto accusa. La ricostruzione degli eventi, secondo la versione fornita da fonti del gruppo, vede le società che fanno capo all’immobiliarista vittime di una truffa scoperta solo all’indomani della mega svalutazione sui derivati decisa da Italease l’estate scorsa. Statuto e suoi manager si sono rivolti ad alcuni consulenti specializzati (gli stessi che hanno collaborato con la trasmissione Report) per scavare in quei contratti. Ci sono voluti mesi per ricostruire – sempre a loro dire – quali pericolosi marchingegni finanziari l’istituto di leasing gli aveva rifilato. Il gruppo Statuto ha richiesto l’attivazione delle clausole arbitrali dei contratti al fine di sancirne la nullità, avere il rimborso delle perdite subite ma anche della conseguente mancata copertura dal rischio tassi. Tutto comincia, secondo la versione del gruppo, circa tre anni fa. Statuto conosce Claudio Calza, il finanziere già consigliere del Banco di Sardegna finito la scorsa settimana in carcere a Regina Coeli, attraverso le numerose relazioni che Calza vanta nella Capitale. Il finanziere è intermediario per conto di Italease (che vende i suoi prodotti attraverso procacciatori perché non ha una rete di sportelli) ma qualche attività la gestisce anche per conto della Bper, azionista dell’istituto di leasing. «Negli ultimi anni le banche avevano grande liquidità ma difficoltà a impiegare il credito. Così hanno cominciato a spingere sui clienti – spiega la stessa fonte –. Calza ci ha proposto finanziamenti e leasing di Italease. Ma tutto nasce dal fatto che la banca imponeva la contestuale copertura dal rischio tassi attraverso contratti derivati». Il rapporto si avvia: Calza percepisce, come gli altri 11 intermediari, laute commissioni di intermediazione pagate dalla banca finite sotto inchiesta perché sarebbero servite a distrarre fondi della banca. Passa il tempo, finché un giorno un manager che lavora con Statuto comincia a insospettirsi per il contenuto di alcuni contratti: ci sono clausole e postille che rimandano a formule matematiche di 5 pagine di difficile interpretazione. Ne segue uno scambio di email con Calza per avere chiarimenti: l’intermediario, sempre secondo quanto riportano i protagonisti, avrebbe rassicurato che si trattava di normali formule per la copertura dei tassi. In estate esplode il caso Italease: la banca cambia i vertici, che provvedono a svalutare i derivati per circa 900 milioni. È allora che Statuto comincia a preoccuparsi sul serio: mesi di lavoro dei consulenti danno corpo ai suoi sospetti. Viene a galla, così, che i contratti venduti da Italease quasi sempre contenevano perdite implicite. E questo perchè l’istituto li acquisiva, nella gran parte dei casi, da banche d’affari estere che costruivano i prodotti. Italease comprava da loro contratti che includevano una perdita allo scopo di ricevere un upfront, un importo pari alla perdita stessa. È un modo come un altro per finanziarsi, come del resto hanno fatto molti comuni italiani. Poi spacchettava i contratti così acquisiti e li rimpacchettava in altri prodotti derivati che poi cedeva ai suoi clienti, inconsapevoli (sempre secondo la versione del gruppo Statuto) della perdita. Passato qualche tempo – soprattutto se il derivato ampliava il "rosso" implicito – Italease contattava il cliente proponendo la chiusura del contratto a costo zero e la contestuale apertura di un altro derivato. Tutto questo con la motivazione ufficiale di aggiornare la copertura dei tassi rispetto all’andamento sul mercato. In realtà, stando a quanto i consulenti hanno spiegato a Statuto, Italease chiudeva il primo contratto con la banca produttrice e, per finanziarsi, ne apriva un altro con una perdita superiore che poi rifilava al sempre ignaro cliente. Solo in rari casi, il contratto conteneva un guadagno: in quelle occasioni, però, al momento di chiudere il contratto a Statuto sarebbe stato pagato un importo inferiore all’effettivo valore della plusvalenza. Il risultato è che oggi il gruppo si ritrova in mano contratti derivati in perdita. E di guadagni, assicura, nemmeno l’ombra.
 

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2008/01/statuto-derivati-italease.shtml?uuid=344a4094-ce8211dc-b7a0-00000e25108c&type=Libero