Le necessità della storia hanno imposto sempre l’adozione di costumi, modi e linguaggi di una civiltà dominante; non ha fatto eccezione il secolo XX che ha adottato linguaggi e modi yankees quasi per ineluttabile destino. A qualche vecchio testone come me, non risulta facile accettare di dire “write” per “scrivere” o “writer” anziché “scrittore”; ma non si può evitare di usare il termine quando

indica un genere espressivo proprio di una certa età e ormai sono “writers” quelli che (più elegantemente) ci eravamo abituati a indicare come “graffitisti”: il fatto che i maggiori esponenti venissero dagli USA rese quasi indispensabile adottare la denominazione “all’americana”. Ma, sostanzialmente, per la cultura europea, l’idea del graffito è più nobile e resistente della moda dei writers e si esprime ben più in là del momento storico. Flavio Val era un graffitista anche quando “graffiava” su improbabili supporti bianchi gli impiccati e i cani randagi o tracciava a caso su pareti improbabili segni più o meno leggibili, alla moda dei carcerati: i suoi gesti apparivano – almeno a me e ad altri amici, più o meno tecnici – il segnale di una rivolta inespressa contro l’alienazione in fabbrica. Quando approdò al “genere” del graffitismo, l’espressione cambi strutturalmente e riprese solo in parte il linguaggio d’oltreoceano; più concretamente la fonte furono i “graffiti spontanei” dei ragazzi che scrivono “TI AMO” o quelli che disegnano cuori. Cambiò la veste formale e assunse la ricchezza cromatica degli americani; ma i contenuti si ispirarono decisamente alla poesia visiva, come lo stesso Flavio ebbe a commentare. Sulla scia di una lezione che veniva da molto lontano, mettendo insieme il cromatismo mediterraneo (tutto luce ed esplosione di colori accesi) con la tensione narrativa che è di tutti i realismi europei, cominciò a raccontare in immagini di forte impatto visivo le cose più semplici e quotidiane: l’incidente che gli era capitato, la sbronza di birra che aveva chiuso una serata o semplicemente lo slancio emotivo di un sassofono che suona. Nell’arco di alcuni anni – pochi in definitiva – Flavio rese questo il suo linguaggio, un colore vibrante e acceso e facesse da parete (muro, grotta o quel che si vuole) su cui si depositavano l’urlo, la frase affettuosa, la semplice vocale, il conto della massaia o anche il giocattolo dimenticato in un angolo. Molta acqua è corsa sotto i ponti dalla rabbia aggressiva dei primi pannelli; e l’indignazione forse si è lentamente attenuata, per cedere il passo ad una più serena liricità che fa del graffito un semplice strumento di espressione, come tanti se ne possono inventare. Ma è rimasto intatto il gusto per la vibrazione dei colori (anche un tantino fauve) che lo porta a sfiorare il gusto della pittura in sé per continuare a raccontare il quotidiano e giocarci senza problemi.

Enzo di Grazia

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MOSTRA PERSONALE

12 MAGGIO – 30 GIUGNO 2012

INAUGURAZIONE: SABATO 12 MAGGIO ORE 18.00

PRESENTAZIONE ENZO DI GRAZIA

BIBLIOTECA CIVICA SALA ESPOSIZIONI PIAZZA XX SETTEMBRE PORDENONE

ORARI LUNEDÍ 14.00 – 19.00 DA MARTEDÍ A SABATO 9.00 – 19.00 GIOVEDÍ ANCHE 19.00 – 22.00