Nessun raptus, nessuna fatalità dell’ultimo minuto: l’assassinio di Giulia Tramontano, trucidata a Senago con 37 coltellate mentre era al settimo mese di gravidanza, fu pianificato nei dettagli. Lo ha stabilito la Corte d’Assise d’Appello di Milano al termine del processo bis sollecitato dalla Cassazione, reintroducendo l’aggravante della premeditazione precedentemente cancellata nel secondo grado di giudizio. Per l’ex barman Alessandro Impagnatiello si spalancano le porte dell’ergastolo, aggravato da tre mesi di isolamento diurno. Alla lettura del dispositivo è esploso l’applauso commosso dei parenti di Giulia, strettisi in un forte abbraccio attorno all’avvocato Nicodemo Gentile.
A guidare i magistrati verso la condanna definitiva è stata la ricostruzione della Procura Generale, rappresentata da Maria Pia Gualtieri, determinante nello smontare l’impalcatura di bugie eretta dall’imputato. Dalle carte processuali emerge una lucida strategia di morte: le somministrazioni progressive di topicida iniziate già nell’inverno 2022, la stesa di cellophane sul divano per non lasciare tracce di sangue e le inquietanti ricerche online effettuate a ridosso del delitto, tra cui quella su come pulire la “ceramica bruciata” nella vasca. L’intento omicida si è materializzato non appena l’uomo ha compreso che il suo castello di inganni e la sua doppia relazione erano ormai venuti a galla.
All’uscita dall’aula Chiara Tramontano, sorella della giovane vittima, ha evidenziato il valore ideale di un verdetto pronunciato da un collegio interamente femminile, definendolo un passo fondamentale nella battaglia per la tutela e la dignità delle donne. Cade così nel vuoto il disperato tentativo della difesa di far passare la somministrazione del veleno come un tentativo di procurare un aborto e non di uccidere. Con il deposito delle motivazioni previsto entro 45 giorni si chiuderà anche l’ultimo capitolo giudiziario di una vicenda che ha sconvolto l’opinione pubblica.
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