I tentacoli del Clan dei Casalesi sui fondi della ricostruzione post-sisma nelle Marche. Un maxi-blitz coordinato dalla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Ancona e dalla Direzione Nazionale Antimafia ha svelato una colossale infiltrazione mafiosa nei cantieri edili del Centro Italia, portando all’esecuzione di misure cautelari, perquisizioni e sequestri per oltre 57 milioni di euro in varie province d’Italia, comprese quelle di Napoli e Caserta.

Al centro dell’inchiesta del G.I.C.O. della Guardia di Finanza c’è un asse criminale che unisce la ‘ndrangheta calabrese alla camorra casertana, capace di fagocitare contratti pubblici per un valore stimato in circa 200 milioni di euro attinti dai finanziamenti dello Stato per il terremoto del 2016.

Dalla Campania alle Marche: la rotta degli “imprenditori” di Zagaria

Le indagini tecniche e i riscontri dei finanzieri hanno acceso i riflettori su un gruppo di operatori economici di origine campana. Secondo l’accusa, questi soggetti hanno progressivamente trasferito i propri interessi imprenditoriali prima in Toscana e poi direttamente nel “cratere” del sisma marchigiano.

Tra le figure chiave del filone campano figurano G.D. (già condannato dalla Corte di Appello di Napoli per associazione a delinquere di stampo mafioso), R.D. e A.E. I magistrati li indicano come soggetti strettamente contigui alla fazione del Clan dei Casalesi guidata dal boss Michele Zagaria

Il sistema del prestanome e l’aggiramento dell’Antimafia

Per mettere le mani sui ricchi subappalti della ricostruzione privata ed eludere i severissimi controlli delle prefetture, gli imprenditori campani si muovevano nell’ombra. Utilizzavano imprese formalmente intestate a prestanome compiacenti e società “schermo”, nate per ereditare i beni di vecchie aziende colpite da interdittive antimafia o gravate da debiti con il fisco.

Attraverso questo inganno, i clan riuscivano a ottenere in modo fraudolento l’iscrizione all’Anagrafe Antimafia degli esecutori, il passaporto necessario per accedere legalmente ai cantieri finanziati con denaro pubblico.

La figura dell’«Imprenditore-Cerniera»

Il meccanismo non avrebbe potuto funzionare senza una sponda locale. Gli inquirenti hanno individuato questo snodo in E.C., un influente imprenditore edile marchigiano che godeva di una posizione di quasi monopolio nel settore. L’uomo è stato definito un vero e proprio “imprenditore-cerniera”: l’anello di congiunzione tra l’economia legale e i contesti mafiosi.

E.C. accumulava appalti pur sapendo di non avere una forza lavoro sufficiente per gestirli. Una volta incassato dallo Stato il cosiddetto “SAL 0” (l’anticipo del 20% sull’importo totale solo per l’apertura del cantiere), redistribuiva i lavori attraverso contratti di subappalto fittizi. Consapevole dei loro pregressi giudiziari, l’appaltatore affidava i lavori alle ditte protette dai Casalesi e a un altro imprenditore legato alla ‘ndrangheta reggina (V.C.).

I reati contestati e il maxi-sequestro

Il Giudice per le indagini preliminari (G.I.P.) di Ancona, accogliendo l’impianto accusatorio della DDA, ha contestato a vario titolo reati gravissimi: truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, trasferimento fraudolento di valori, frode fiscale e bancarotta fraudolenta.

Per i protagonisti della filiera campana legata a Zagaria è stata formalmente riconosciuta l’aggravante mafiosa (art. 416-bis.1 c.p.), per aver agito con il preciso scopo di agevolare il Clan dei Casalesi, garantendo alla camorra nuova liquidità pulita e favorendo l’infiltrazione strutturale della consorteria nel tessuto economico marchigiano.

Oltre all’ordinanza cautelare che ha disposto il carcere per gli 8 indagati principali (eseguita lo scorso 12 ottobre 2026), i finanzieri hanno apposto i sigilli a 3 società e avviato il sequestro preventivo di beni per 57 milioni di euro, mentre oltre 50 perquisizioni hanno passato al setaccio uffici di enti pubblici, professionisti e colletti bianchi che hanno prestato il fianco all’affare del post-terremoto.

Di red