150 milioni di fatturato, immobili per centinaia di milioni, marchi importanti non solo per i prodotti destinati alle aziende agricole ma anche per i prodotti agroalimentari (quali il formaggio ed il burro che vengono commercializzati in tutto il mondo) e per le macchine di movimento terra vendute in tutta Europa, il Consorzio Agrario di Parma è forse il più moderno dei Consorzi Agrari nel nostro paese,il vero simbolo della food valley italiana, ma nell’approssimarsi del rinnovo delle cariche sociali accompagnato dal gran rifiuto alla riconferma da parte del presidente uscente Fabio Massimo Cantarelli, i sindacati di voto hanno cominciato a muovere le loro truppe cammellate sull’importante istituzione economica di Parma. Con un attacco simultaneo e concentrico, evidentemente ispirato dai due Consorzi vicini (Reggio Emilia e Piacenza, controllati da Coldiretti) sono state presentate numerose domande di iscrizione a socio da parte di centinaia di imprenditori agricoli residenti nelle province vicine, che si tratti di "scalata" è facilmente intuibile per il fatto che a chiedere l’iscrizione non sono, da quanto si è appreso, semplici agricoltori ma gli stessi amministratori dei Consorzi limitrofi a cominciare dai loro presidenti (pare che abbiano presentato domanda i rispettivi cda al completo), è stata questa circostanza che ha fatto scattare il sospetto che il Consorzio ducale fosse oggetto di appetiti provenienti dalla vicine province. Evidentemente la cura Cantarelli ha funzionato ed ha reso all’agroalimentare made in Italy una realtà che molti vorrebbero conquistare. Il “pallino” per ora rimane nelle mani Fabio Massimo Cantarelli, da sempre paladino dell’autonomia del Consorzio, infatti lui stesso ha coniato il termine "parmigianità" riferito alla specificità dell’agricoltura parmense che da sempre presidia anche la filiera dell’ agroalimentare e che il 2 marzo scorso ha lanciato un appello ai parmigiani di associarsi al CAP (in sei giorni hanno risposto alla chiamata quasi 4000 domande, delle quali ben 2652 accolte, si legge in un lapidario comunicato stampa del Consorzio). Va registrato che nella provincia di Parma la Federazione Provinciale Coldiretti è stata commissariata fin dall’aprile 2009 ed il locale Consorzio Agrario è attualmente amministrato da dirigenti allontanati dalle cariche sindacali per effetto del commissariamento. Il consorzio parmense, inoltre, non ha aderito al CADI, cioè alla cosiddetta Federconsorzi DUE, dissociandosi da molti altri CAP fra cui quelli di Piacenza e Reggio Emilia i cui amministratori tentano oggi di divenire soci del CAP di Parma. Storicamente, nelle vicine province, Parma è percepita come una città snob e la scalata rappresenta una sorta di rivincita del contado verso la cortigiana villa ducale da sempre centro universitario, di tribunali superiori e di importanti industrie agroalimentari (Barilla per la pasta, Parmalat per i latticini, Parmacotto per il prosciutto cotto e lo stesso Consorzio agrario per il burro Valparma ed il formaggio tipico) e depositaria di marchi collettivi quali il “Prosciutto di Parma”, il “Culatello di Zibello”, il formaggio “Parmigiano” al quale l’aggiunto lemma “Reggiano” mai è stato digerito dai parmensi. A Parma, simmetricamente, la notizia del tentativo di scalata è stata accolta con freddezza se non con ostilità da parte della comunità economica locale, che ha intravisto nell’iniziativa di reggiani e piacentini un tentato scippo di un gioiello di famiglia dei parmigiani. L’ultima parola spetta però a Cantarelli, attuale presidente del Consorzio e da decenni ormai deus ex machina delle vicende agricole e non solo della città emiliana.