Lo chiamano carcere bianco. Strane parole da affiancare. Evocano qualcosa di sinistro, di alienante. Di malato. Il carcere bianco è la detenzione presso l’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa. La prigione dei matti cattivi, nell’immaginario comune. La più grande dei sei istituti di detenzione presenti in Italia, con un’interrogazione parlamentare alle spalle, drammatici problemi di sovraffollamento, un deputato (Francesco Caruso) che ogni tanto decide di autorecludersi. E un carcere pieno di fantasmi del passato: scandali, terremoti giudiziari, il suicidio di chi negli anni ’70 dirigeva l’istituto dei folli, e forse folle è diventato.

L’Opg di Aversa nasce nel 1876, come sezione penale per maniaci della Casa per invalidi. Allora contava 19 "pazzi criminali". Oggi sono in 300. La disponibilità massima di accoglienza è di 170 individui. Due reparti sono in ristrutturazione. Questo è il centro, un po’ carcere e un po’ ospedale, dove vanno a finire i detenuti che hanno commesso reati, sono stati prosciolti per incapacità di intendere e di volere ma una perizia psichiatrica li ha definiti "socialmente pericolosi". Dunque niente galera, ma neanche in libertà. Dentro un manicomio. Perché così è, in fin dei conti, un Ospedale Psichiatrico Giudiziario.

  

La struttura di Aversa 

Adolfo Ferraro, medico specialista in psichiatria forense e criminologia, dirige l’Opg campano dal 1996. Ma qui lavora dal 1980, quando entrò nell’istituto come vicedirettore. Cerca di denunciare, ogni volta che può, lo stato di perenne emergenza in cui versa il suo istituto. Fino ad oggi, con scarsi risultati.«Che l’Ospedale Psichiatrico Giudiziario, così come è attualmente inteso, abbia fatto il suo tempo è condizione accettata pressoché da tutti», dice Ferraro. Eppure, nulla si muove: «L’impossibilità a risolvere la questione nasce, credo, dalla attuale mancanza di alternative. È più facile mantenere la situazione attuale, piuttosto che lavorare per garantire la dignità di soggetti affetti da patologia mentale». La squadra di cui dispone il direttore è formata da sei medici internisti, otto psichiatri e due psicologhe consulenti, circa cinquanta infermieri e tre operatori socio assistenziali, tre educatori oltre a un consistente numero di volontari che partecipano ai progetti riabilitativi. Questo per quanto riguarda l’aspetto terapeutico. Poi c’è quello relativo alla custodia: oltre un centinaio di poliziotti penitenziari, non sempre formati per lavorare dentro un Opg.

    

Un sovraffollamento ingiustificato

Troppi agenti di polizia, perché oltre la metà degli internati potrebbe uscire e comunque non costituisce un pericolo per la sicurezza altrui: «Il 60% dei ricoverati definitivi – spiega Ferraro – sono stati valutati dagli psichiatri dell’istituto come "non socialmente pericolosi", cioè non hanno alcun titolo a rimanere nell’Opg. La loro permanenza è data dall’assenza di strutture territoriali che possano farsene carico». Nessuno li vuole, i matti. Anche se non sono pericolosi per la società, anche se le idee per reintegrarli ci sono: «Le strutture territoriali cui affidare questi soggetti dovrebbero essere rappresentate da case-famiglia o case-alloggio, che permettano il reintegro sul territorio di soggetti affetti da patologia mentale, così come da leggi sanitarie attualmente in vigore. I soggetti ancora socialmente pericolosi potrebbero ricevere maggiori cure ed attenzioni. Più cura e meno custodia favorirebbero la dimissione di chi è in condizioni di essere dimesso, e trattamento più specifico a chi ne necessita».

  

I suicidi

Internati che necessitano trattamenti più specifici ce ne sono eccome. I casi più gravi stanno tutti nella "staccata", una sezione separata dal resto dell’istituto. Qui i ricoverati passano giorni interi immobilizzati in letti speciali, legati con le cinghie. Un buco al cento del materasso serve per espletare i bisogni. Non tutti riescono a sopportare un trattamento così disumano. Alcuni passano il limite, decidono di farla finita. Nell’ultimo anno e mezzo ci sono stati cinque suicidi. Un numero in crescita rispetto agli scorsi anni, dovuto anche al fatto che nel 2005 Aversa ha accolto internati provenienti da altri Opg in parziale ristrutturazione. In pochi mesi si è passati da circa 200 ricoverati agli attuali 300. Un trauma troppo brusco in un contesto così delicato. E il sovraffollamento non è mai stato affrontato. Senza contare che al momento cinquanta persone sono in regime di "licenza-esperimento", cioè «temporaneamente affidati a strutture esterne o a famiglie. Ma rimangono sempre in carico all’istituto, in caso di fallimento della licenza sarebbero nuovamente e immediatamente riportati in Opg», sottolinea Ferraro.

  

Cure e terapie

Un ricoverato che non è costretto a vivere nella "staccata", oltre a sottoporsi alle terapie partecipa alle attività trattamentali. Racconta Ferraro: «C’è certamente l’uso dei medicinali, ma si cerca di sviluppare altri metodi di cura tra quelli praticabili all’interno di una struttura "chiusa"». Al massimo 130 detenuti al giorno possono partecipare a queste attività: musicoterapia, laboratori di colore, psicodramma e teatroterapia, accudimento degli animali nell’area verde dell’ospedale, cineforum e altro ancora. Gli "esclusi" sono seguiti da medici e infermieri, che cercano di sviluppare gli spazi di socialità. «Una delle teorie terapeutiche su cui si concentra l’agire psichiatrico che pratichiamo si basa sul rispetto della triade spazio/tempo/relazioni. È evidente che un’istituzione totale quale l’Opg tende ad annullare questi tre elementi e, per necessità o per scelta, tende ad annientare l’individuo». Un’impresa disperata, quando si devono affrontare difficoltà enormi: «L’affollamento eccessivo della struttura aversana, che dura ormai da più di tre anni, ed una cronica assenza di interessamento di molte strutture sanitarie territoriali di tutta Italia, hanno alterato completamente gli elementi fondamentali del benessere psichico di cui un soggetto malato di mente necessiterebbe», denuncia Ferraro.

  

Inchieste giudiziarie e interrogazioni parlamentari 

Nel 1975, dopo la morte della ricoverata Antonia Bernardini nel manicomio giudiziario femminile di Pozzuoli, partirono le denunce di gravi illegalità verificatesi ad Aversa e Napoli. Domenico Ragozzino, direttore ad Aversa, e Guglielmo Rosapepe, direttore a Napoli, furono entrambi accusati delle gravi violazioni. Imputati e condannati in primo grado, furono assolti in appello dalle accuse che erano state loro mosse. L’assoluzione, comunque, non cancellò il ricordo dei drammatici fatti avvenuti in quei luoghi. Entrambi si uccisero.
Il 18 aprile 2007 sul Corriere della Sera uscì un articolo che denunciava lo stato di emergenza in cui versava l’Opg di Aversa. Da allora l’Italia tornò a parlare di Aversa e degli altri cinque Ospedali Psichiatrici Giudiziari esistenti, scoprendo che a trent’anni dall’approvazione della legge Basaglia le cose che funzionano sono ben poche. L’inchiesta prese spunto da un’interrogazione parlamentare del deputato di rifondazione Comunista Francesco Caruso, che si rivolse al Parlamento dopo aver visitato l’istituto. Da allora però non successe niente, se si esclude la disposizione di un investimento economico maggiore nelle opere di ristrutturazione. «Quello che avevamo proposto era la costituzione di una conferenza stato-regioni, così da territorializzare in strutture a gestione Asl i pazienti di propria competenza», conclude Ferraro. Lo scorso 5 febbraio Caruso si è autorecluso per denunciare ancora una volta le sofferenze che infligge il carcere bianco. Al momento, nessuna risposta: Aversa sembra destinata a rimanere l’esempio eccellente di un sistema che non funziona.

   

Marco Lignana

Articolo pubblicato da IFG online – Istituto Carlo de Martino per la formazione al Giornalismo – Associazione Walter Tobagi