L’esasperazione di una vittima della Camorra, dimenticata dallo Stato, il figlio del sindacalista ucciso dai Casalesi.

Il Clan dei Casalesi gli ha ucciso il padre, ma lui e suo fratello non sono riconosciuti dallo stato come vittime della Camorra: Gennaro del Prete non ci sta ad essere abbandonato dalle istituzioni, e con tenacia sta proseguendo la sua battaglia contro quella burocrazia che lo ha escluso dai benefici previsti per i parenti di coloro che vengono uccisi dal piombo dei boss. Il padre, Federico del Prete, fu ucciso il 18 febbraio del 2002 a Casal di Principe, aveva fondato un sindacato di ambulanti ed in quella veste denunciò il racket delle buste di plastica, la Camorra imponeva agli ambulanti dei mercati di acquistare i propri sacchetti, un business apparentemente marginale ma che frutta milioni di euro l’anno. Il sindacalista, che a differenza di altri suoi colleghi uccisi in altri contesti non viene nemmeno ricordato molto dalle altre organizzazioni sindacali, ebbe anche il coraggio di denunciare un vigile urbano di Mondragone che faceva l’esattore per conto della Camorra, la quale impone il versamento del “regalo per i carcerati” anche nei mercati. I killer lo stroncarono con sette colpi di pistola mentre telefonava nel suo ufficio a Casal di Principe. La vittima aveva sette figli, due nati da un primo matrimonio, cinque dal secondo. Il Ministero degli interni ha riconosciuto i diritti di legge solo ai figli nati dal secondo matrimonio e non a quelli nati nel primo, ritenendo che il beneficio dovesse essere applicato solo a coloro che al momento della morte fossero fiscalmente a carico. Gennaro del Prete ha sempre rifiutato questa odiosa discriminazione ed in passato ha fatto sentire la sua voce anche dalla TV, nel settembre del 2007 fu ospite di “Mi Manda Rai Tre”, i funzionari del Ministero in quell’occasione promisero di seguire più attentamente la sua vicenda, ma da allora nulla si è mosso. Adesso Gennaro del Prete, che è caporale maggiore scelto al X Reggimento Manovre di Salerno, esasperato dal silenzio delle istituzioni, ha fatto sapere al nostro giornale che a breve inizierà lo sciopero della fame e si legherà all’esterno del Ministero degli Interni. Dice: “Indosso la divisa di uno stato che sembra avermi abbandonato, fino a quando non era avvenuto l’assassinio di mio padre avevo una carriera normale, le mie note caratterstiche parlano chiaro, dopo quel giorno tutto è cambiato, per stare vicino a mia madre che vive nella sofferenza ed a mio fratello, disoccupato e padre di quattro figli, ho dovuto rinunciare a partire in missione per l’Iraq” – continua nel suo sfogo di rabbia verso quello stato che tratta molto meglio le famiglie dei camorristi che si “pentono” – “dopo che il mio dramma si è saputo nell’ambiente militare, qualcosa è cambiato, ci sono stati anche dei problemi con i miei superiori, ho avuto anche delle denunce per insubordinazione, i medici mi hanno diagnosticato un’ansia depressiva con disturbi del sonno”. Intanto gli uomini dei clan si sono fatti vivi anche con lui, ci ha detto di aver denunciato presso le stazioni dei Carabinieri di Eboli e Borgo Guariglia (Salerno) che per due volte, due personaggi a bordo di una moto gli si sono avvicinati per invitarlo a non testimoniare al processo, in un caso uno di loro aveva anche una pistola, in carcere c’è uno dei presunti esecutori materiali, Antonio Corvino che si è autoaccusato del delitto. Gennaro del Prete che non ha mai vissuto con il padre, ha detto: “Me lo hanno ucciso proprio mentre lo stavo conoscendo, e questo forse mi ha fatto ancor più male, la Camorra me lo ha portato via proprio quando lo avevo ritrovato. Se il trattamento che lo Stato riserva alle vittime della Camorra è quello che viene riservato alla mia famiglia, cosa dobbiamo dire che non è un bene combattere la piovra” – continua – “una ventina di giorni fa mi hanno assicurato che la mia pratica è in esame e che mi faranno sapere, ma non ce la faccio più” – e conclude- “non è da escludere che possa chiedere anche asilo politico in un altro stato”. Salvatore Pizzo